Una “faida” tra sigle sindacali, una guerra per le tessere, una “vera e propria lobby” che rappresentava un “sistema di potere” per arricchirsi anche sulla pelle dei lavoratori. A leggere le 347 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare si capisce perfettamente come sia stato possibile che il giudice per le indagini preliminari, Sonia Caravelli accogliendo l’ipotesi della procura di Piacenza, abbia riconosciuto l’associazione a delinquere per i sindacalisti arrestati ieri dalla Digos. Dal 2015 a oggi secondo gli inquirenti blocchi, picchetti e altre azioni sarebbero state organizzate non in difesa dei lavoratori e dei loro diritti ma per acquisire potere e soldi, tramite i soldi ottenuti dalle conciliazioni e anche dai conti correnti delle sigle sindacali. Gli investigatori hanno analizzato le entrate e le uscite, i bonifici e anche gli assegni e hanno ipotizzato che almeno uno degli indagati abbia “drenato risorse illegalmente dai conti dell’organizzazione di lavoratori“.

Il giudice ritiene che “l’ipotesi investigativa così de lineata ha trovato numerose conferme nei risultati delle indagini. Gli elementi di prova acquisiti – a partire dal contenuto delle sommarie informazioni raccolte, passando poi agli esiti delle intercettazioni e degli accertamenti bancari compiuti hanno rivelato come, in effetti, gli indagati si siano serviti per anni dello schermo dell’attività sindacale dagli stessi rispettivamente svolta per commettere reati. Manifestazioni non autorizzate, violenti blocchi agli ingressi dei principali stabilimenti della logistica, presidi davanti ai palazzi sede delle più importanti istituzioni cittadine: in tutte queste occasioni, dietro alte forme di protesta e di rivendicazione astrattamente legittime – e giustificabili – si è celato il perseguimento di interessi di tutt’altra natura“. Gli inquirenti hanno raccolto le testimonianze di altri sindacalisti ma anche di vertici di numerose aziende che quotidianamente lavorano con le ditte di logistica. Testimonianze oggi contestate durante una manifestazione a difesa degli indagati.

Cortei, picchetti e blocchi, così come presentati nel capo di imputazione, sarebbero stati atti di forza poi utili a ottenere conciliazioni, potere e quindi denaro che normalmente spetta come quota al sindacato. Ma gli inquirenti sottolineano come proprio il distretto della logistica piacentino sia quello con il maggior numero di azioni di protesta in proporzione rispetto a qualsiasi altro distretto simile in Italia. “È stato infatti accertato che in molte situazioni l’agitazione sindacale e l’esercizio del diritto di sciopero sono serviti solo in parte a difendere i diritti dei lavoratori, ma soprattutto a consolidare posizioni di forza, financo con il perseguimento di scopi di lucro – scrive il gip nell’ordinanza -. La lettura dei risultati investigativi fornita dal pm all’interno della propria richiesta non può essere tacciata di alcun tipo di ideologia o di intento repressivo: si è trattato, invece, di un’analisi profonda che è riuscita a ricondurre numerosi episodi, apparentemente sganciati tra di loro, a una comune matrice, ovvero l’affermazione di un sistema di potere, mediante il frequente ricorso al compimento di attività delittuose“.

Al di là delle intercettazioni in cui si annuncia “gran casino” o si parla di Piacenza e del settore come “gallina dalle uova d’oro” o anche evitare di far dire slogan ai bambini per evitare che si capisca che non sono spontanei, o anche quando si prospettano scenari drammatici “vogliono fare un medio oriente“; il giudice evidenzia “un’assoluta spregiudicatezza di tutti gli indagati … che non va confusa con una tendenza a difendere i diritti del lavoratori sempre e comunque, ma che deve essere identificata in una specifica attitudine a commettere atti illeciti. Considerando la quantità di episodi riconducibili all’iniziativa di ciascuna sigla sindacale e la loro inesorabile sistematicità…”. Una quantità di episodi che in qualche modo evidenza, secondo procura e gip, la qualità delle intenzioni e delle finalità. A sostegno di questa ipotesi il giudice ricorda i tanti dialoghi intercettati tra gli indagati: “Le porzioni di dialoghi intercettati riportate all’interno del presente provvedimento, unitamente alla cronistoria di tutti gli avvenimenti analizzati, sottolineano l’estrema pericolosità degli indiziati, soggetti senza scrupoli, capaci di mettere a repentaglio pure l’incolumità dei loro adepti per perseguire i loro obiettivi di potere e di arricchimento“. E non c’è solo la morte del facchino travolto da un tir nel 2016 nella mente del giudice.

Le proteste, anche molto forti, che per le sigle coinvolte avevano come obiettivo il rafforzamento dei diritti di facchini e magazzinieri, perlopiù stranieri, sono lette dagli inquirenti e dal giudice in moltissimi casi come un tornaconto personale e pericoloso: “Celandosi dietro lo spettro dell’attività sindacale, condendo le loro iniziative di retorica e proselitismo, tutti gli indagati dei reati … pur nella diversità delle azioni compiute e dei ruoli ricoperti, hanno dimostrato un’ostinata tendenza a delinquere e una specifica pericolosità. Nemmeno il coinvolgimento in diversi procedimenti penali – ragiona il giudice – è servito per attenuare la continua spinta criminale degli indagati, i quali hanno proseguito nelle loro attività di raccolta di nuovi adepti da coinvolgere in proteste sempre più estreme, sfruttando mediaticamente le loro vicende giudiziarie. Il pericolo di recidiva – si legge nell’ordinanza – può dunque qualificarsi come estremamente concreto e attuale, in quanto si è visto come l’organizzazione di manifestazioni violente e scioperi selvaggi non abbia conosciuto tregua, alimentandosi in una continua escalation verso livelli sempre più elevati di scontro con le Forze dell’ordine e di esposizione a rischio dell’incolumità dei partecipanti”. Come le proteste sui tetti, le barriere umane per impedire le uscite dei camion.

E quindi anche le dichiarazioni di lotta a favore dei diritti vengono visti nella luce oscura dell’interesse particolare: “Per raggiungere i loro scopi gli indagati hanno costituito gruppi criminali in grado di organizzare e far convergere lavoratori, ma anche soggetti totalmente estranei al contesto lavorativo di volta in volta interessato, per commettere numerosi reati come quelli in contestazione legittimandoli con la lotta sindacale, ammantandoli della retorica della lotta dei più deboli contro i più forti“. I più forti ovvero aziende e padroni che spesso hanno visto e messo a verbale nelle testimonianze come la pressione fosse così forte da sembrare un ricatto e come le assunzioni o anche il blocco delle assunzioni di lavoratori iscritti ad altre sigle sindacali fossero in capo a un solo personaggio.

Il giudice ricorda come le sigle abbiano coinvolto nelle manifestazioni antagonisti e autonomi ma sottolinea anche come “ogni reato commesso, ogni blocco di persone e merci ,ogni interruzione di pubblico servizio o boicottaggio, ogni conflitto fisico con le forse di polizia, è stato pianificato cercato e voluto dagli indagati che hanno agito sempre nella convinzione di poter lucrare posizioni di privilegio, quasi una sorta di immunità dietro l’esercizio del diritto di sciopero. Ed anche in questo contesto che viene individuata la faida tra le due sigle in cu “l’USB avviava un tentativo di sfida stabile e perenne allo strapotere del SI COBAS, cercando di fare proseliti tra i suoi iscritti brandendoli sul duplice terreno dello scontro con la parte datoriale dell’assecondamento della tendenza a cercare di lavorare meno e di lucrare posizioni di vantaggio anche in danno degli altri lavoratori. A questo punto le problematiche sindacali sollevate divenivano via via marginali a fronte di quella che diveniva una contesa di potere tra le sigle, non combattuta sul terreno dell’ottenimento delle migliori condizioni per i lavoratori, ma piuttosto del consolidamento di situazioni di vantaggio solo per ” i propri iscritti’, nonché per lucrare gli introiti derivanti dai tesseramenti e dalle conciliazioni”. In questo contesto viene evidenziato come è appurato come “Sì COBAS sia giunto ad accordarsi con la parte datoriale allo scopo di garantire la contemporanea fuoriuscita dal magazzino GLS di tutti i lavoratori USB”.

Per il giudice i sindacalisti indagati non si battevano per gli iscritti davvero. “In tutti i casi si è visto come nessuna delle due sigle abbia mai lottato al solo scopo di ottenere un miglioramento delle condizioni di tutti i lavoratori, ma piuttosto abbia agito come gruppo di pressione – vera e propria lobby – interessata a garantire migliori condizioni per i propri accoliti, soprattutto nella gestione dei cambi appalto. In proposito, le risultanze delle intercettazioni, confermate dalle acquisizioni documentali, hanno posto in rilievo come le variazioni concordate con la parte datoriale nei rapporti di appalto abbiano permesso alle organizzazioni sindacali di ottenere il pagamento di somme destinate ai lavoratori ma in parte trattenute grazie a meccanismi come quello della “cassa di resistenza”, con evidenti sperequazioni tra gli stessi; come comprovato dal caso di Arafat“. Una proporzione che prevedeva che a più scioperi, blocchi corrispondessero conciliazioni e quindi soldi. Ed è anche su quest’ultimo sindacalista che sono stati fatti una serie di accertamenti patrimoniali e sui conti che hanno mostrato entrate e uscite che l’indagato potrà giustificare davanti al gip nell’interrogatorio di garanzia. L’analisi delle movimentazioni bancarie viene riassunto dal gip in 30 bonifici che il sindacato ha generato a favore della moglie dell’indagato senza che la donna avesse alcuna funzione o ruolo per oltre 66mila euro giustificata semplicemente come “rimborso spese” o ancora come ” rimborso spese biglietti aerei”. E l’unico acquisto di biglietti aerei riscontrato è stato della somma di 181 euro.

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