Dom Hunter è un chav di mezza età di Nottingham. Chav, parola traducibile come coatto, è un termine semplice, che nella sfera di significato borghese ha assunto l’accezione generale di feccia, persona dalla parte sbagliata della società e della storia, lontana e allontanata dall’universo morale del benpensante. Questa parola diventa così un’etichetta, uno strumento per rendere omogeneo un gruppo complesso, ma semplificato e disumanizzato. Hunter è sopravvissuto ai suoi primi venticinque anni di vita ai margini della società, all’interno di un’economia informale che includeva anche spaccio, furti, sex work. Da quindici anni lavora nel settore della cura e milita nei movimenti anticapitalisti. Ha scritto due libri: Chav. Solidarietà coatta, e Tute, traumi e traditori di classe, il primo pubblicato nel 2021, il secondo nel 2022, entrambi per Edizioni Alegre, nella collana Working class a cura di Alberto Prunetti, autore di molti testi, tra cui Amianto (Alegre, 2014).

Hunter ha una insolita capacità di mettere il dito nella piaga mentre ti mostra uno specchio. I nervi che si scoprono e i riflessi che si vedono sono individuali, personali e collettivi. Mette il dito nella piaga della nostra identità politica, mostrandoci, attraverso il racconto delle esperienze, come ogni volta che traiamo vantaggio dai privilegi più piccoli e più grandi in cui viviamo, sfruttiamo la nostra posizione di forza a danno di chi sta peggio e tradendo la working class. Non importa se si tratta di un privilegio di classe, di genere, di razza, etnia, di orientamento sessuale, o ancora un insieme di questi. Comunque, più o meno consciamente lo facciamo e dobbiamo lavorare a fondo sulla base di questa consapevolezza per cercare di decostruire sistemi di potere in noi radicati, che si riproducono anche nella stessa classe sociale, frammentandola.

Mostra poi il riflesso di tutte queste contraddizioni: quand’anche cerchiamo di decostruire il privilegio, resta forte il rischio di vittimizzare l’altro, di calare la solidarietà dall’alto, di privare gli altri soggetti della loro individualità, dignità, diversità e diritto di autodeterminazione. Resta altrettanto forte anche la difficoltà di trasformare tutte e tutti insieme quell’alterità e marginalità in consapevolezza politica e unità, senza ripetere nello stesso gruppo sociale di cui facciamo parte quelle gerarchie sociali che abbiamo radicate dentro di noi.

In Chav. Solidarietà coatta Hunter, racconta la propria esperienza di vita: i primi anni vissuti cercando materialmente di sopravvivere, le violenze e gli abusi agiti verso molte e molti e subiti fin da bambino, soprattutto da parte della propria famiglia. Hunter, con una scrittura cruda e fatta di poche ed efficacissime pennellate, descrive anche quella Chav solidarity, la solidarietà tra i paria che ha conosciuto nei bassifondi, che persino in mezzo all’indigenza, alla violenza fisica e psicologica, permette di tenere vive trame di umanità, sensibilità mutualistica, empatia e fiducia in un sistema di cura e reciprocità. La Chav Solidarity, nella sua cornice di miserie, nella sua concretezza materiale e nelle sue pratiche profondamente umane, spezza le rappresentazioni criminalizzanti o pietistiche e vittimizzanti.

In Tute, traumi e traditori di classe Hunter è andato oltre, ripartendo dalla sua storia e intrecciandola in modo più inestricabile con le altre vite che ha attraversato. Perché? Esercizio narrativo? No. Hunter stesso spiega che ha deciso di scrivere questo nuovo libro perché “uno degli scopi del libro era quello di mettere in evidenza non solo l’umanità ma anche l’intelligenza, la determinazione e le opinioni delle persone che vivono in povertà. Tuttavia, era evidente che il mio pubblico spesso interpretava i personaggi che presentavo tramite la lente del buono o del cattivo. Quando veniva riconosciuta un po’ di complessità era comunque quasi sempre letta come la storia del cattivo ragazzo che diventa un brav’uomo, cosa contro cui esplicitamente obiettavo nel libro”. E aggiunge: “Nel corso degli undici saggi narrativi che formano il nucleo di Tute, traumi e traditori di classe, cercherò di volta in volta di dissezionare le relazioni tra me e un’altra persona, utilizzando la metodologia degli studi queer, l’analisi di classe, gli studi sul carcere, la whiteness e l’abolizionismo carcerario. Si tratta di un’auto etnografia, un genere che viene spesso deriso da chi pretende rigore scientifico ma che io trovo interessante. Ancora una volta mi infilerò in questo processo usando le mie esperienze formative. Ho già fallito nel tentativo di rendere giustizia alle vite all’interno della comunità da cui provengo: cercherò di fare meglio stavolta”.

In questo modo, Hunter riesce a raccontarci di violenza eterocispatriarcale, violenza razzista e suprematismo bianco, violenza classista. Ne descrive le dinamiche verticali che contrappongono le diverse classi sociali ma anche quelle orizzontali, che creano frammentazioni all’interno della stessa appartenenza di classe, che creano tradimenti di classe. Il racconto vivo di tutto ciò porta a sbattere la faccia contro la realtà materiale delle cose, l’esperienza umana e personale delle persone. Per ogni personaggio della sua storia, per quanto rovinato e incattivito dalla vita, Hunter dà uno spaccato folgorante, mostrando traumi e sistemi di potere e oppressione che si riproducono a tutti i livelli della società, ma anche rivendicando e restituendo umanità e complessità a un’intera classe sociale, a un insieme di soggettività che non ha bisogno né di condanne, né di compassione.

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