“Qual è la differenza tra il terrorismo e il protocollo? Con il primo si può discutere, ma con il secondo no”. È la battuta ricorrente che Papa Francesco rivolge ai suoi interlocutori, per lo più ai capi di Stato e di governo, quando si siedono attorno alla scrivania della Biblioteca privata, nella seconda loggia del Palazzo Apostolico, e il rumore dei flash dei fotografi rende abbastanza difficile l’inizio della conversazione. Ovviamente, dopo pochi secondi, tutti escono lasciando soli il Pontefice e il suo illustre ospite ed eventuali interpreti. C’è il rischio, però, che il prezioso patrimonio dei linguaggi pontifici, almeno in Vaticano, si perda, mentre, invece, esso è impregnato di storia e chiede di essere interpretato con fedeltà e sapienza per evitare che i messaggi che esso comunica siano equivocati.

Monsignor Stefano Sanchirico, officiale dell’Archivio Apostolico Vaticano, precedentemente cerimoniere pontificio e poi per anni alla Prefettura della Casa Pontificia dove ha svolto il servizio di prelato d’anticamera, uomo di una cultura sconfinata pari alla sua umiltà, e il vaticanista Andrea Gagliarducci hanno dato alle stampe un agile e prezioso volumetto che merita di entrare in tutte le librerie di studiosi, appassionati e addetti ai lavori della Santa Sede. Il testo si intitola Linguaggi pontifici (Editoriale Romani) e offre un’interessante panoramica della storia, dei significati e appunto del protocollo della più antica, ma anche più affascinante istituzione del mondo.

I due autori rispondono subito a una domanda essenziale: perché i linguaggi pontifici? “Uno dei modi – si legge nel testo – in cui un’istituzione racconta se stessa è il cerimoniale. Perché i gesti, le precedenze accordate, i movimenti del cerimoniale sono un linguaggio strutturato, preciso, simbolico e per questo completo. Dietro il cerimoniale c’è una storia, che è ineludibile, e una ratio, che va compresa. Se questo ragionamento vale per tutte le istituzioni, vale ancora di più per la Santa Sede. Perché la Santa Sede esprime una realtà peculiare dotata di sovranità, personalità giuridica internazionale, ma caratterizzata da una missione universale morale e religiosa. E allora ogni dettaglio deve essere al servizio della dimensione religiosa, e deve risaltare l’immagine del Sommo Pontefice, che è il vicario di Cristo in terra”.

Nel volume, monsignor Sanchirico ricorda che “persino il segretario di Stato Usa Henry Kissinger sottolineava che se l’Impero Bizantino è sopravvissuto almeno cinquecento anni in più rispetto alla sua effettiva capacità politica, militare, economica ciò era dovuto proprio alla sua cultura e al suo cerimoniale. Non c’è esagerazione in questo, e non può esserci esagerazione in un uomo pragmatico come Kissinger. Il punto è che il cerimoniale non è una somma di gesti vuoti, ma è piuttosto una lingua complessa, che include gesti, movimenti e persino ambienti. Si adatta, è vero, al tempo e alla situazione, ma sempre mantenendo il suo scopo principale, che è quello appunto di dare sostanza ad un incontro. Nessun incontro ufficiale è un banale incontro tra amici. Non può essere quello con un Papa, che è il vicario di Cristo in terra”.

Per questo motivo, monsignor Sanchirico sottolinea che “è necessario comprendere perché lo svolgimento delle visite al Papa è gestito dalla Prefettura della Casa Pontificia, e non da un qualunque ufficio del protocollo, come pure quale è il lavoro della Segreteria di Stato? Ma, prima ancora, come nasce il cerimoniale papale, e come si evolve, per arrivare infine a comprendere la natura stessa dei documenti papali? In fondo, quando si parla dei documenti del Papa, ci si orienta ancora a fatica tra brevi e motu propri, tra note verbali, fogli, offici, chirografi e altri tipi di comunicazione più o meno importanti”.

Monsignor Sanchirico, con la sua esperienza ineguagliabile, è convinto che “comprendere il cerimoniale della Santa Sede significa, alla fine, comprendere la Santa Sede e la ragione della sua esistenza, che va ben al di là delle utilità pratiche cui la Santa Sede si vorrebbe spesso ridurre. Si tratta, allora, di guardare passo dopo passo ai dettagli, che sono sostanziali parti dei linguaggi pontifici. A partire, prima di tutto, da una domanda pratica: ma chi si occupa del cerimoniale del Papa?”.

Il libro non si cristallizza soltanto sulla storia, rispondendo peraltro in maniera completa, rigorosa e chiara a moltissime domande su cerimoniale, protocollo, tipologie di visite e udienze, testi e documenti diplomatici, ma si sofferma anche sull’attualità. Ovvero sugli stravolgimenti protocollari del pontificato bergogliano che sono comunque linguaggi pontifici importantissimi da decodificare e che stanno scrivendo un’inedita, ma non meno importante pagina di storia.

“Quando Papa Francesco uscì sulla Loggia delle Benedizioni, subito dopo l’elezione, – scrivono gli autori – non portava la mozzetta rossa, una mezza mantella degli ecclesiastici che copre le spalle ed è abbottonata sul davanti. Si trattava, in qualche modo, di una rottura della tradizione. Perché i papi vestono di bianco e di rosso da secoli, secondo un universo simbolico che si era affermato in epoca carolingia, e che poi era stato codificato in maniera precisa intono al 1400. In quella codifica, molto aveva fatto il periodo avignonese, da cui deriva anche una parte considerevole del cerimoniale così come è stato codificato. L’uso della mozzetta non va separato dall’uso della stola papale. E il tutto si riconduce all’uso del bianco e rosso”.

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