“Avrei voluto rigirare alcune scene musicali di massa con veri ballerini, ma poi capii che il fascino dei Blues Brothers veniva proprio dal fatto che a ballare fosse la gente comune”. John Landis, Jake, Elwood, i nazisti dell’Illinois, Think di Aretha Franklin e la statua di Picasso: one more time. A questo giro tocca al Cinema Ritrovato di Bologna che il 3 luglio nella “sala grande” di Piazza Maggiore propone una extended version, restaurata in 4k del 2020 da Universal, di The Blues Brothers da 148 minuti davanti a un pubblico numeroso davvero da Palace Hotel.

Intanto di passaggio in città per una settimana di masterclass a profusione, assieme alla compagna di una vita, e costumista di Hollywood, Deborah Nadoolman, Landis regala qualche considerazione su una carriera leggendaria e un film eternamente cult. “John Beluschi e Dan Aykroyd non erano ballerini e soprattutto Dan fece dei numeri in scena dove praticamente si distrusse le ginocchia”, racconta divertito il 71enne creatore di The Blues Brothers. “A Chicago girammo tutte le scene di ballo con ballerini non professionisti. Volevo dare l’idea di ballo raffazzonato, da gente presa per strada. Le uniche scene con professionisti sono quelle in chiesa quando Jake e Elwood incontrano il reverendo James Brown che tra l’altro non riusciva a ballare e cantare contemporaneamente. Quando poi sono tornato a Los Angeles per il montaggio a un certo punto davanti alle scene di ballo ho pensato: accidenti ma che disastro questi proprio non sanno ballare (ride ndr). Alla fine sapete meglio di me che ho tenuto tutto quello che avevo girato perché lo “charme” dei Blues Brothers deriva proprio da questi balli amatoriali”.

Un film letteralmente senza tempo. Mitologico. Iconico. Imitato (malissimo) da tanti epigoni. “Quando uscì il film, nei primi anni ottanta la musica era tutta Abba e BeeGees, anche i musicisti neri incidevano la discomusic”, continua Landis rievocando la genesi dei Blues Brothers. “Sia John che Dan amavano moltissimo il blues e il soul afroamericano. Dan era un vero appassionato di rhythm and blues, andava come in estasi mistica. La frase “siamo in missione per conto di dio” l’ho inventata io e gliel’ho fatta pronunciare per prenderlo in giro”. In molti, forse tutti, sanno già che il film venne anticipato dai duetti canori al Saturday Night Live di Belushi e Aykroyd che portarono parecchi brani che poi si ascolteranno nel film, assieme alla “banda”, in tour nel Nord America.

“Quando iniziamo il film Debora dovette rendere un po’ più sofisticato il look che Dan e John avevano creato indossando quello che trovavano. Portavano occhiali scuri, cravatta, cappello, ma senza uno stile particolare. Il primo oggetto che divenne celebre furono gli occhiali Wayfarer”, sottolinea Landis. “Per me il top fu vestire Aretha Franklin” – sorride soddisfatta la Nadoolman costumista del film-, “cercai i Wayfarer, fuori produzione, ovunque: da Harlem a Los Angeles e in tutti i drugstore che mi capitavano davanti. Ne avevamo trovati venti paia, dieci per uno. Pensate che venne un tizio della produzione di Risky Business che voleva quegli occhiali da far indossare al protagonista del film, Tom Cruise. Ma fu subito un problema perché Belushi quando si fermava a corteggiare ragazze se li toglieva (proprio come nel film sul finale davanti a Carrie Fisher ndr) e ne perdeva in continuazione paia su paia. Dopo Blues Brothers quegli occhiali e quel look sono finiti dappertutto, da Le Iene a Men in black. Ad Halloween ogni uomo americano si traveste da Jake and Elwood o Indiana Jones”. “Debora creò i cappelli e i vestiti. Ricordiamo che ogni figura iconica come Chaplin o Marilyn si costruiscano e si riconoscano nel tempo attraverso il disegno del profilo, della loro silhouette”, aggiunge Landis.

Inevitabile che alla fine qualcuno scappi di chiedere la domanda di rito: ma perché ad Hollywood non si girano più film come The Blues Brothers? “L’industria del cinema, tra pandemia e streaming, è nel caos totale. Quando io e Debora iniziammo a lavorarci tra gli anni sessanta e settanta era tutto completamente diverso. Oggi le grandi produzioni sono diventate piccole parti di enormi multinazionali che si occupano di tutt’altro. Oggi però sono contento che i film DC o Marvel, o anche Top gun: Maverick abbiano fatto buoni incassi. Perché i film vanno visti al cinema. Non è solo una questione di immagine e di sonoro, ma di esperienza collettiva. Pensate a quando andate a vedere una commedia: le risate di chi vi sta attorno sono contagiose”.

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