Per ricordarsi di mangiare deve fissare la sveglia. Perché soffre di inappetenza alimentare. È la confessione della conduttrice e dj radiofonica Ema Stokholma, che in una Instagram story esprime il suo sfogo contro chi commenta in modo aspro la sua magrezza. Ema soffre di inappetenza da quando era bambina. E oggi è alla ricerca di una terapia efficace per poterne uscire. Quando però l’inappetenza alimentare è considerato un disturbo alimentare? “Una prima distinzione diagnostica va fatta escludendo la presenza di una patologia organica primitiva. L’inappetenza alimentare o Il disturbo evitante-restrittivo dell’assunzione di cibo (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder – Arfid) è stato introdotto nel 2013 nella quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dsm-5), che ha unito in un’unica categoria diagnostica i disturbi della nutrizione dell’infanzia con i disturbi dell’alimentazione”, ci spiega la dottoressa Donatella De Lisi, psichiatra e psicoterapeuta, co-autrice del libro “Dismorfofobia. Quando vedersi brutti è patologia” (Ediz. L’Asino d’oro).

Dottoressa De Lisi, l’Arfid quando si manifesta più frequentemente?
“Soprattutto durante l’infanzia e nella preadolescenza, ma può persistere anche in età adulta. E a differenza delle persone con sintomi anoressici/bulimici, coloro che presentano sintomi da inappetenza alimentare non pensano di essere in sovrappeso e non sono ossessionati dall’eccessiva magrezza. In realtà, è come se ci fosse una vera e propria perdita di interesse sia in relazione al mangiare, sia al cibo in generale”.

Come riconoscerne i sintomi principali?

“L’Arfid, a differenza di difficoltà alimentari più lievi, transitorie e legate a fasi fisiologiche dello sviluppo del bambino, è caratterizzato da una significativa perdita di peso e rallentamento della crescita per una persistente incapacità di soddisfare le necessità caloriche introdotte”.

Quali sono le cause?
“Come tutti I ‘disturbi’ menzionati nel Dsm, anche l’Arfid viene categorizzato e descritto senza esplorarne le possibili cause. In particolare, non si fa mai riferimento alla realtà non cosciente del paziente che invece può orientare noi clinici verso la diagnosi differenziale che questi sintomi nascondono e che possono dare forma a quadri psicopatologici diversi. Come negli altri sintomi alimentari, anche qui il soggetto che ne è affetto tende ad attaccare il corpo, in una dinamica inconscia in cui si confonde continuamente il piano materiale (il corpo) con quello psichico. Come se per questi pazienti sia difficile comprendere ciò che è psichico da ciò che è materiale. Secondo la teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli, dobbiamo risalire al primo anno di vita del bambino per comprendere come può instaurarsi una patologia psichica che solo successivamente, durante la pubertà/adolescenza (quando più grave anche durante la prima infanzia) si renderà manifesta con i sintomi alimentari. Dobbiamo considerare che all’inizio della vita il cibo è strettamente legato al rapporto interumano, dove la poppata rappresenta il momento più importante di interazione tra adulto e bambino, in cui quest’ultimo assimila, oltre al latte fisico, anche il contenuto interno della realtà della madre. Questa realtà, se non sana, può confondere e deludere il piccolo che a questo punto non riuscirà a separarsi in modo valido durante lo svezzamento, determinando una lesione alla realtà interna con conseguente alterazione della percezione della propria immagine corporea”.

È possibile agire per evitare che si cronicizzi?
“Assolutamente si. È fondamentale riconoscere precocemente segni e sintomi che possono insinuarsi in modo subdolo per intervenire prima che certe condizioni psicopatologiche si cronicizzino”.

Qual è la terapia psicologica più efficace?
“La psicoterapia con approccio psicodinamico è sicuramente l’intervento medico più appropriato per questi sintomi, sia nel percorso individuale sia, soprattutto, nella terapia di gruppo. In quest’ultima situazione, avremo una maggiore possibilità di successo. In particolare, secondo l’approccio di Fagioli, si deve intervenire sulla realtà non cosciente del paziente con l’interpretazione del pensiero onirico. Attraverso il metodo medico, la patologia psichica sottostante viene considerata una malattia del pensiero, ovvero perdita della realtà mentale di base, fisiologicamente sana. L’obiettivo del percorso di cura sarà la ricreazione di tale realtà mentale sana perduta”.

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