Nel 2021, in Lombardia, si sono dimessi 419.754 lavoratori, quasi il 10% dei 4,4 milioni di occupati. Il fenomeno della ricerca di un nuovo posto di lavoro – più aderente alle proprie competenze e aspirazioni – è esploso negli Stati Uniti, dove le “Grandi dimissioni” vengono citate ricorrendo a due definizioni: “Great Resignation” o “Big quit“.

I numeri a Milano – Dai dati elaborati da Cgil Lombardia per il Corriere della Sera, emerge che più della metà dei dimissionari lombardi si trova nella Città metropolitana di Milano. Lo scorso anno, nel capoluogo di regione, sono state 179.200 le dimissioni volontarie: 30% in più rispetto al 2020 (127.294). Dei quasi 180mila – più uomini che donne – 82.730 hanno meno di 35 anni e 109mila avevano contratti di lavoro più lunghi di un anno. I settori coinvolti sono vari: 16mila lavoravano in attività gestionali, 14 mila nella ristorazione, 11mila nelle vendite, oltre 10 mila nella logistica, altrettanti in attività dirigenziali e bancarie.

Le statistiche nel resto della regione – Due fattori differenziano le grandi dimissioni lombarde da quelle circoscritte a Milano: l’età e i lavori di partenza. Su quasi 420mila che hanno deciso di cambiare percorso, 181.930 hanno meno di 35 anni (meno, in proporzione, che nel solo capoluogo), 178.488 hanno tra i 35 e i 54 anni e 253mila provengono da rapporti di lavoro più lunghi di un anno. Nel caso delle statistiche regionali, gli ambiti professionali colpiti dalla fuga di massa sono diversi: 39.377 lasciano la ristorazione, 33.208 hanno abbandonato il posto da impiegato, 26.434 erano nel settore delle vendite, 21.648 lavoravano nella logistica, e 15.828 erano assunti come addetti alle pulizie. Anche in Lombardia è stato registrato un più 30 per cento rispetto al 2020: due anni fa si erano dimessi in 298.114.

Un fenomeno positivo – Stando al parere degli esperti, non si tratta di abbandono del lavoro. Secondo Maurizio Del Conte, professore di Diritto del lavoro all’Università Bocconi e presidente di Afol Metropolitana, stiamo assistendo a uno “spostamento verso un posto di lavoro nuovo“, spiega al giornale di via Solferino. “Significa che c’è mobilità e opportunità nel mercato“, precisa. La scelta collettiva va attribuita “alla crescita registrata dal secondo trimestre 2021“. In altri termini, alla “possibilità di scegliersi il posto di lavoro piuttosto che di essere scelti, di far valere le proprie professionalità: questo movimento volontario dei lavoratori può quindi contribuire in parte a un maggiore allineamento tra il patrimonio professionale della persona e l’occupazione, tra domanda e offerta“.

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