Larissa Iapichino è una ragazza come tutte, con i suoi sogni, le sfide, gli ostacoli, la voglia di mordere la vita. Ma in realtà è una ragazza speciale, dotata di un talento va coltivato sempre, anche quando ti fa dannare. Partenza, corsa, stacco, salto. Nel 2021 ha saltato 6,91 metri, eguagliando il primato di sua madre, l’iconica Fiona May, e stabilendo il nuovo record mondiale under 20 nel salto in lungo. Partenza, corsa, stacco, salto. E quando la sua partecipazione alle Olimpiadi di Tokyo sembrava cosa fatta, un infortunio ha sparigliato i giochi e l’ha messa davanti ai suoi limiti. Ora i suoi limiti ma anche i suoi sogni – la voglia di emergere, di inseguire le sfide, anche quelle apparentemente impossibili – li racconta in Correre in aria (Mondadori), il suo primo libro in cui il romanzo s’intreccia con la biografia.

“Dedicato a tutti i sognatori, non arrendetevi mai”. Larissa, lei è una sognatrice seriale o una che fa sogni concreti?
Sono una ragazza con i piedi piantati bene a terra. Forse per questo preferisco avere sogni concreti… non sognerei mai di andare sulla Luna, per dire. Preferisco darmi dei piccoli grandi obiettivi, anche a lungo termine, che so di poter realizzare.

Però da piccola sognava di diventare Presidente degli Stati Uniti.
(ride) Questa è un po’ una leggenda famigliare. Non me lo ricordo, ma i miei genitori ogni tanto me lo raccontano. Sempre stata una determinata, quello sì.

“Sono testarda, è più forte di me”, dice di sé stessa. È più testarda o competitiva?
Competitiva. Sono così dalla nascita, ero così anche da bimba. Quando andavo in giro con gli amici e scattava l’ora dele corse in bici, io gareggiavo con i maschi perché con le altre femmine vincevo facile.

Oggi che è un’atleta in grande ascesa, il suo cerchio di amicizie è rimasto lo stesso di quando faceva le corse in bici?
Alcuni amici sono gli stessi, altri si sono aggiunti. In generale ne ho pochi, una cerchia ristretta di cui so di potermi fidare in ogni situazione. Poi negli anni e grazie allo sport, si sono aggiunti tanti conoscenti da tutto il mondo: anche con alcune atlete avversarie sto iniziando a legare, perché tra i meeting e le gare internazionali ci si vede spesso. Finita la gara, cade il muro della competizione.

Perché ha deciso di scrivere questo libro?
Per raccontare che non sono solo la Larissa che la gente è abituata a vedere in pedana, ma anche una ragazza normale con i suoi limiti, i suoi sogni – non solo sportivi -, una giovane donna alle prese con le montagne russe della vita, che ti regala felicità immense e poi difficoltà apparentemente futili ma che ci sembrano insormontabili. E poi forse è il libro che avrei voluto leggere qualche anno fa ma che non trovavo.

Ovvero?
Ho letto diverse biografie di donne sportive famose e di successo, ma mi interessava una prospettiva diversa, che andasse oltre l’impresa sportiva o l’obiettivo raggiunto. Mi interessa il lato umano, più intimo. Ecco, nel libro, che è un mix tra biografia e romanzo, c’è molto anche del lato più intimo della mia personalità.

Qual è la sfaccettatura più inedita che emerge, almeno per chi non la conosce?
Non tutti sanno che sono irascibile: tendenzialmente sono pacata, ma mi accendo facilmente… sono un po’ un ossimoro vivente, lo so (dice ridendo). E poi sono una che parla poco e, per quanto sembri paradossale, non mi piace stare troppo al centro dell’attenzione: più sto in disparte meglio è.

E quando entra in uno stadio o in un’arena, con migliaia di occhi puntati addosso, come fa?
Quando entro in campo è diverso: scatta il click e mi trasformo, ho voglia di gareggiare e di saltare il più lungo possibile e di superare le mie incertezze e le mie fragilità.

I suoi limiti come li gestisce?
Ho sempre avuto un rapporto di grande accettazione dei miei limiti. Da piccola mi ripetevo che tutto era possibile, poi ho capito che non siamo supereroi e che arriva sempre una tacca che non puoi superare. E poi ho sperimentato i miei limiti più profondi con l’infortunio, una di quelle esperienze che ti forma e ti cambia per sempre.

Giugno 2021, Rovereto: un infortunio in pedana le ha provocato la “distrazione dei fasci anteriori del legamento deltoideo”. Tradotto, niente Olimpiadi di Tokyo.
Come ho detto tante volte, quello delle Olimpiadi è solo un sogno rimandato. In quel momento mi è crollato il mondo addosso, perché l’infortunio è una botta emotiva e psicologica. Ho toccato con mano le mie paure ma non le ho soffocate: le ho fatte venire fuori e sto lavorando per eliminarle. Mi sono detta: “Meglio a 18 anni che nel culmine della carriera”. E poi pensi a Gianmarco Tamberi e a Sofia Goggia: nonostante gli infortuni, sono riusciti a fare cose stratosferiche spingendosi oltre i propri limiti e rompendo barriere clamorose.

Il suo primo ritorno in pedana, lo scorso gennaio, com’è stato?
Non facilissimo. Fisicamente ero ok ma lì ho capito quanto la testa comandi, in allenamento così come in gara. L’equilibrio mentale e la concentrazione sono fondamentali.

Suo padre è il campione astista (e suo attuale allenatore) Gianni Iapichino, sua mamma la pluricampionessa Fiona May. È più pesante l’etichetta di “figlia d’arte” o quella di predestinata?
Col tempo ho imparato a farmele scivolare entrambe addosso, a passarci sopra per non trasformarle in un peso. Ognuno è artefice del proprio destino e in questo caso dipende da me, provare a rendere possibili delle cose apparentemente straordinarie. È un percorso che devo scrivere io e che prescinde dal mio cognome o dalle imprese sportive di mia mamma.

Nel libro parla anche del suo rapporto con i social e di come è cambiato.
Prima condividevo tutto, ora li uso meno e cercando di veicolare un certo tipo di messaggi, la mia storia di giovane donna, ciò che reputo importante e mi fa stare bene. I social sono un posto bellissimo, sono uno strumento importante anche per noi atleti ma ho deciso di gestirli a modo mio: uso un po’ meno il telefono, mi godo di più certi momenti privati. È anche una strategia per non distrarmi troppo.

Che tipo di messaggio cerca di veicolare?
Che alla fine tutti abbiamo un sogno e possiamo provare a raggiungerlo. Mi piace parlare ai giovani della mia età spiegandogli che non siamo soli nelle nostre difficoltà, nelle nostre ambizioni e nei momenti duri: la vita è una montagna russa, c’è da lavorare duro e sodo ma poi ci sono anche le soddisfazioni per aver raggiunto quel traguardo che pareva impossibile.

E con gli haters invece come si regola?
(ride) Uno deve fare i conti con la doppia faccia dei social. C’è chi ti adora e ti manda messaggi bellissimi che sono una grande spinta motivazionale. E c’è chi scrive cattiverie per il solo gusto di farlo. Non mi faccio influenzare troppo, il mio metodo di sopravvivenza è prendere i social a piccole dosi.

Lei da piccola è stata protagonista con sua mamma di un’indimenticabile pubblicità di una celebre merendina. Se la riguarda ogni tanto?
(ride) No, se posso cerco di non rivedermi perché è imbarazzante. Lo sa quanto mi hanno preso bonariamente in giro amici e compagni di classe? Ero piccola, non mi ci riconosco ma è stato divertente.

Lo scorso anno invece è stata la testimonia della campagna Inspired by Red Valentino. Le è piaciuto questo tuffo nel fashion?
Ho detto subito di sì perché mi piace seguire la moda, sono attenta alle tendenze e seguo molti brand, anche quelli meno conosciuti, per trovare nuove ispirazioni. E poi stare sul set, posare per un fotografo e far parte di un progetto è stato un sogno… anche se ho dovuto fare i conti con la mia timidezza che un po’ mi limita.

Ha avuto proposte da altri brand?
Sì, e li sto valutando. E spero di avere altre collaborazioni perché una cosa stimolante.

In definitiva, che significa per lei “correre in aria”?
Nel salto in lungo c’è una fase di volo che si chiama due e mezzo ed è la simulazione di una corsa in aria. L’ispirazione per il titolo del libro è stata è quella: mi piace l’idea di leggerezza, mi piace l’idea che ognuno per raggiungere i propri sogni sia pronto a tutto, anche a correre in aria.

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