Ho conosciuto Giuliano Amato – di cui sono un coetaneo – nel 1975, quando con un gruppo di colleghi dell’Iri (dove ero capo dell’ufficio stampa) rendemmo pubblico un documento molto duro di critica alla gestione del gruppo dirigente dell’Istituto. E cominciammo una serie di incontri con esponenti politici che potessero aiutarci a rendere note le nostre critiche e le nostre proposte. Amato non aveva ruoli formali nel Psi ma collaborava con il gruppo di intellettuali socialisti che si occupavano dei temi della programmazione economica (fu soprattutto Antonio Giolitti ad aiutarci nella nostra battaglia politica, assieme a esponenti di altri partiti: in particolare, Barca e Ingrao nel Pci e La Malfa jr nel Partito Repubblicano). Durante la permanenza di Amato a Palazzo Chigi ebbi anche un ruolo (informale e non retribuito) di collaboratore della sua segreteria tecnica.

Provo a sintetizzare i punti principali del suo libro Bertornato Stato, Ma (Il Mulino, pagine 108, euro 12).

1) Constatare i fallimenti o, se si vuole, le pecche e le inefficienze dello Stato non significa desumere che dello Stato è bene fare a meno. “Lo scopo del mio lavoro – chiarisce Amato – non è dimostrare né l’essenzialità dello Stato né quella del Mercato, ma capire se e come i due possono felicemente interagire”. Accertando con cura che gli interventi pubblici rispondano a necessità reali dell’economia e non a favorire i distretti elettorali di chi deciderà l‘erogazione di fondi pubblici. E qui Amato si chiede se abbiamo gli anticorpi per evitare le patologie e le eventuali esorbitanze dello Stato, “dimostrando ai liberisti per principio che lo Stato non è lo scorpione che sta attraversando il fiume sulle spalle della rana”. Amato lascia in campo le due ipotesi: “Se in trent’anni siamo passati dal ritorno della mano pubblica (specie con la generale crisi economia e finanziaria fra il 2008 e il 2012) alla sua riespansione sembrerebbe possibile anche un rinnovato ritiro”. Ma intanto ricorda soprattutto gli interventi dello Stato, dai molti della Cassa Depositi e Prestiti a quelli per settori ritenuti strategici come l’Alitalia o l’Italsider.

2) Sul tema dei controlli sull’intervento pubblico nell’economia – nel nostro come in altri paesi – Amato sottolinea il ruolo della Banca Centrale e di “un ragionevole ventaglio di autorità indipendenti” per mettere al riparo le decisioni di intervento pubblico da quello che definisce “il rischio politico”, ben noto a chiunque abbia operato nel campo delle imprese pubbliche. E ricorda diffusamente la “legge Severino” del 2012 e i decreti che le diedero attuazione, con una serie di misure preventive e repressive degli illeciti.

3) La sorpresa dei nostri tempi – scrive Amato – è dunque il ritorno dello Stato, ma depurato dalla tante patologie che lo avevano reso inefficace e spesso dannoso per le imprese.

4) E così conclude: “Chi può escludere che il prolungarsi della pandemia e l’inasprirsi dei cambiamenti climatici e delle catastrofi naturali che essa porta con sé spingano a una concentrazione di risorse, di impegni e di capacità decisionali come sono quelle richieste dalle azioni di guerra? E’ questa la mia conclusione. L’economia italiana ha un gran bisogno di Stato e questo porta – anche in funzione di ciò che potrà accadere – a un convinto bentornato: bentornato, ma immune dai suoi vecchi vizi e lontano, in ogni circostanza, dall’hybris dell’accentramento autoritario”.

Resta in chi legge questo bel saggio di Amato la curiosità di un giudizio esplicito sulla qualità dei molteplici interventi della Cassa Depositi e Prestiti, che spesso appaiono simili ai cosiddetti “salvataggi” che diedero vita – a fianco all’Iri e all’Eni – a nuovi enti di gestione come l’Efim e l’Egam. Interventi che hanno portato alla nascita di un nuovo colosso, senza nemmeno la trasparenza che imporrebbe l’utilizzazione di masse ingenti di risparmio dei correntisti postali. Una mancanza di trasparenza che fa rimpiangere le conferenze stampa dell’Iri sul bilancio dell’esercizio annuale.

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