In questi tempi cupi e trituranti, con venti di guerra che soffiano minacciosi sulle nostre teste, all’alba di una potenziale follia nucleare, una vertigine infinita di orrore come contorno dei nostri risvegli sempre più esausti, in questo fango di creature mutilate, in questa confettura di morte, dolore e agonia da spalmare sui nostri giorni, per distrarmi e per fare sopravvivere in me ancora un bagliore di felicità, per lenire le ustioni di una speranza sempre più bombardata e assediata, mi dedico alla frequentazione dei miei amici che portano con sé l’amore per la vita, il senso della giocosità più sfrenata e di una ardente golosità. E uno di questi amici è certamente Roby Rosi.

In lui ci sono solo esplosioni di colori e le uniche macerie sono quelle della banalità ridotta a rovina, a rudere, calcinaccio, detrito. Roby mi tiene al telefono per ore parlandomi di champagne o di dolci, la torta della foresta nera per esempio, da lui amatissima. Non ne posso più di virologi o analisti di guerra, non ne posso più di geopolitica, di corruzione, di crimini e stragi, di sangue e delirio: la vita è molto di più, molto altro, e noi ne stiamo perdendo non solo il gusto ma anche la memoria. L’idiozia di avere un’opinione su tutto, la coazione a ripetere concetti masticati e rimasticati, prigionieri di una biosfera mediatica: come ci siamo ridotti?

L’assenza di immaginazione è la catastrofe umanitaria dalle implicazioni più letali. Non sappiamo più immaginare noi stessi, le infinite possibilità dell’umano splendore, ricacciati in un rigurgito di morte e disperazione. In un mondo in cui il disincanto si è tramutato in cinismo, dove si ragiona solo per sfere di interesse economico, abbiamo spodestato dal suo trono luminoso e fluente la sorgente della vita e ci stiamo trasformando in fantasmi di cenere. Il mare preme per sollevare il suo coperchio, per donarci la magia dei suoi coralli, e noi siamo sempre più ciechi, intorbati, soffocati, svuotati.

Nelle nostre clessidre immobili il deserto continua a mandarci i suoi miraggi d’amore, ma non abbiamo più lo sguardo per coglierli, così anche la sete diventa un’allucinazione funesta. Ecco perché mi rifugio in Roby Rosi, nei suoi colori sgargianti, nelle sue collanine, nelle sue melodie fonetiche, e lo ascolto mentre mi parla di Garrincha o di champagne. Ecco perché lo filmo ogni volta che posso, per ricordarmi che la joie de vivre non è solo letteratura, ma è il fondamento del nostro destino. Siamo nati per essere felici, questa è la verità: se le lacrime scendono a valle, noi saliremo verso il cielo e danzeremo fra le nuvole. Proprio quando il piombo vuole entrare nella nostra carne, vuole lacerarla, proprio quando lo spettro di un fungo atomico vuole impadronirsi della nostra mente per oscurarne la materia spirituale, proprio adesso dobbiamo ribellarci e osare di essere felici.

Se non ora, quando? Non è una fuga dalla realtà, come molti di voi potrebbero pensare, ma è una fuga nella realtà, non in quella realtà apparecchiata dalla biosfera mediatica ma nella realtà divina e ignota dell’Essere. Ecco perché io filmo Roby Rosi e continuerò a filmarlo. Qui non si vuole negare il tragico, l’impoverimento, la catastrofe, la scadenza delle bollette, Roby Rosi non è ricco, anzi, il contrario, sperperò la sua vincita milionaria di Superflash in pochi anni, facendo godere tutta la Versilia, donando a piene mani la linfa dorata del suo entusiasmo.

Qui non si vuole negare che vivere sia assurdo, inconcepibile, umiliante, non vogliamo distogliere lo sguardo dall’orrore. Ma è proprio perché guardiamo negli occhi l’abisso della condizione umana, è proprio per questa nuda consapevolezza che abbiamo dell’immane sventura di essere venuti alla luce e alle tenebre, proprio per questo abbiamo il dovere morale di essere felici o almeno di tentare di esserlo, fosse anche solo per dare l’esempio, per lasciare una traccia, un solco umano.

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