Il cda di A2A ha proposto, come gli anni passati, all’assemblea lauti dividendi di € 0,0904 per azione, che per il Comune di Brescia significano circa € 73.000.00, per il Comune di Milano circa € 73.000.000, per i privati – compresi i fondi – circa € 146.000.000. Un totale di circa € 292.000.000 a fronte di utili netti di € 504.000.000 per il 2021. I ricavi in salita del 33% per Enel e del 69% per A2A resi noti in questi giorni evidenziano che tutto il settore energetico (produzione e distribuzione) da Eni ed Edison, Hera ed Acea e Snam godono di ottima salute. Se il governo cerca di tassare (con un misero 10%) gli extra profitti delle aziende energetiche per compensare i rincari, i due produttori controllati da società pubbliche (A2A ed Enel) hanno già deciso di far passare all’incasso i loro azionisti prima di eventuali interventi regolatori del governo, che è anche il titolare delle concessioni.

Forse è arrivato il momento che come per le concessioni di aeroporti, Sea di Milano e Adr di Fiumicino, e delle autostrade il governo definisca un modello di regole che corregga queste distorsioni. Se un solo tetto agli utili potrebbe essere eccessivamente lesivo degli interessi delle aziende, allora stabilisca un price cup concordato all’inizio del periodo concessorio o della convenzione con le aziende. Le tariffe devono tener conto della produttività, dell’innovazione di processo e di prodotto e spingere agli investimenti piuttosto che alla rendita. Il price cup avrebbe effetti di ammodernamento di tutto il settore dei servizi italiano, oggi tra i meno efficienti d’Europa. I dividendi sono dovuti invece alla continua crescita dei prezzi dell’energia, che incide negativamente sul reddito delle famiglie, sui conti delle imprese e sulla crescita dell’inflazione.

Enel ed A2a sono i principali gestori degli impianti idroelettrici italiani, affidati in concessione dallo Stato e da tempo ammortizzati, che contribuiscono a generare gli ingenti extraprofitti delle due aziende. A2A fa sapere che l’incremento degli utili a 540 milioni non è derivato solo dalla maggiore redditività delle rinnovabili, venduta allo stesso prezzo di quella più costosa generata da petrolio e gas, ma anche da “l’ottimo andamento del mercato dei servizi di dispacciamento”, cioè dei servizi di trasmissione e distribuzione di energia a Milano – in particolare acquistati da Terna (il gestore della rete distributiva) per il mantenimento del bilanciamento dei flussi energetici sulla rete.

Anche il teleriscaldamento ha prodotto enormi introiti per A2A, poiché si è verificata una crescita significativa dei prezzi del servizio allineata all’incremento delle quotazioni del gas naturale. L’Arera (Authority dell’energia) ha deciso di aprire un’inchiesta su questo fenomeno ritenuto ingiustificato, perché il servizio di teleriscaldamento è erogato in regime di monopolio “da un unico esercente verticalmente integrato”. A2A gestisce la maggior rete di teleriscaldamento nazionale di cui 700 km a Brescia e 200 km a Milano, il cui calore è generato al 70% dalla combustione dei rifiuti e solo il 30% dal metano. Calore che essendo prodotto dai rifiuti permette ricavi sia per l’energia prodotta che per il costoso incenerimento dei rifiuti.

A2A si dice pronta per la riattivazione della centrale a carbone di Monfalcone e a sospendere le forniture alle industrie energivore. Anziché mettere in campo ogni alternativa ed accelerare gli investimenti nelle rinnovabili per allontanare questa prospettiva, la multiutility si mette subito a disposizione del governo. Prima gli utili, i dividendi, poi l’emergenza con il ritorno al passato. Altro che transizione ecologica.

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