Si offusca sempre più l’immagine di A2a, la multiutility controllata dai comuni di Milano e Brescia (che assieme ne detengono il 51%). Sono di qualche giorno fa, infatti, alcune notizie che certo non lasciano intravedere un futuro all’altezza della transizione energetica che abbiamo davanti.

Com’è noto, il Consiglio di Stato ha confermato la decisione del Tar della Lombardia, e nel dicembre scorso ha annullato la fusione tra A2a e Aeb (Ambiente energia Brianza)– la multiutility del comune di Seregno, in Brianza – avvenuta senza ricorrere a una gara pubblica.

Ma ora la vicenda esce dall’alveo della giustizia amministrativa per approdare nelle aule del tribunale penale. La Guardia di Finanza ha infatti messo sotto indagine una decina di persone: tra cui la presidente di Aeb, Loredana Bracchitta, alcuni membri del vecchio Cda, il sindaco Pd di Seregno Alberto Rossi, l’assessore alle Partecipate Giuseppe Borgonovo, il segretario comunale Alfredo Ricciardi e alcuni dirigenti di A2a.

Anche in questo caso, A2a mantiene il vizietto di acquisire aziende pubbliche senza gara, approfittando del consenso di venditori pubblici dello stesso orientamento politico. È stato così nel 2020 anche per l’acquisizione, avvenuta senza gara, del 51% di Lgh, multiutility nata dall’alleanza strategica di cinque importanti aziende di servizi (Aem Cremona, Asm Pavia, Astem Lodi, Cogeme Rovato, Acs Crema): acquisizione che è ora sotto la lente della Corte dei Conti e dell’Autorità anticorruzione (Anac). Con la stessa strategia “predatoria” che si poggia su basi anticompetitive, due anni fa A2a aveva cercato di acquistare anche le aziende di servizi di Vicenza e di Verona con una trattativa diretta. Allora però le proprietà pubbliche (di centro destra) si accorsero che senza una gara avrebbero svenduto i loro asset, e si opposero.

Le acquisizioni sono il perno della strategia contenuta nel piano industriale di A2a, presentato dal nuovo amministratore delegato Renato Mazzoncini, ma mai discusso e mai approvato dai consigli comunali dei comuni proprietari. Quest’ennesima vicenda impone la necessità di un’apertura ai meccanismi competitivi per il comparto delle multiutility. In attesa della legge sulla concorrenza, rinviata l’estate scorsa dal governo ma ritenuta strategica nel Pnnr, il colosso energetico lombardo ha infatti cercato di completare gli acquisti: c’è voluta la magistratura amministrativa a ricordare – non solo ad A2a – che si deve passare dalle gare pubbliche quando sono coinvolti soggetti affidatari di appalti pubblici.

Un altro grave errore di A2a è stata la creazione di una partnership industriale con il grande gruppo francese dell’energia Ardian. Tale partnership è però in contrasto con la missione 2 del Pnrr, che prevede la rivoluzione verde e la transizione ecologica declinata a supporto di “investimenti per lo sviluppo delle principali filiere industriali della transizione ecologica e la mobilità sostenibile”. Questa missione non punta a finanziare operazioni di fusioni sul parco produttivo esistente eolico, fotovoltaico o altro, ma a utilizzare le risorse per la costruzione di nuove centrali rinnovabili e nuove infrastrutture energetiche.

L’obiettivo del recente accordo di A2a con i francesi di Ardian è quello di creare un’azienda unica e più forte. Continuare a scambiare gli stessi asset energetici tra operatori del mercato senza costruire/sviluppare nuovi impianti, però, non contribuisce certamente a raggiungere gli obiettivi delineati dall’Ue nel pacchetto ‘Fit For 55’: anche solo per il fatto che il continuo passaggio di mano degli asset a prezzi sempre più alti, finirà inevitabilmente per scaricarsi sul cliente finale, visto che servono prezzi dell’energia più alti per ripagare gli asset pagati cari.

La costruzione di impianti rinnovabili ex-novo è positiva, l’acquisizione con operazioni finanziarie M&A (Mergers and Acquisitions) a debito è negativa. Dunque c’è un problema di merito della fusione più che un problema di metodo. Per quanto anche quest’ultimo sia sempre il solito: il management procede, mentre gli azionisti pubblici di Brescia e Milano spiegheranno tutto ai rispettivi consigli comunali solo a cose fatte. Evidentemente alcuni operatori hanno optato per privilegiare la via più facile (comprare e non costruire).

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