Una nuova testimonianza, a distanza di 32 anni dall’omicidio. Un alibi a rischio. E un giallo, mai risolto, che si riapre. Vacilla la posizione dell’allora presidente degli Ostelli della gioventù, l’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, già sentito, in passato, per il diletto di Simonetta Cesaroni, il cui corpo venne trovato il 7 di agosto del 1990 martoriato da 29 coltellate. Lo scrive oggi Repubblica, che dà notizia delle parole di una donna, che lavorava allora per Caracciolo di Sarno, e che viene ritenuta dagli inquirenti affidabile.

Il cadavere di Cesaroni, che all’epoca aveva 20 anni, fu rinvenuto in via Poma, a Roma, negli uffici coordinati proprio dall’avvocato. La ragazza lavorava per una società di commercialisti, ma due pomeriggi alla settimana andava negli uffici regionali degli Ostelli della gioventù, dove Caracciolo di Sarno viveva e lavorava. Quel 7 di agosto ci furono due telefonate che partirono dagli uffici di via Poma verso la sua tenuta. L’avvocato, scomparso da sei anni, venne interrogato dagli inquirenti e affermò di non conoscere il motivo di quelle chiamate. In più, disse di non conoscere Cesaroni e che quel giorno era in campagna e di essersi allontanato solamente per accompagnare la figlia in aeroporto.

Dopo il nuovo racconto della sua ex collaboratrice, la famiglia Cesaroni ha deciso di presentare un esposto in Procura lo scorso ottobre. I pm, da quanto ha appreso Repubblica, hanno dapprima aperto un’indagine senza reati o indagati e in un secondo momento hanno ipotizzato un’accusa, tanto che hanno iniziato a sentire una serie di persone “informate sui fatti”. A maggio, peraltro alla Camera, inizierà una commissione d’inchiesta sul caso. Oltre alla testimonianza della donna, ora avrebbe assunto un nuovo rilievo un verbale, del 1992, di un commissario di polizia, rivolto a un dirigente della Digos, in cui si descrive Caracciolo di Sarno come “noto tra gli amici per la dubbia moralità e la reiterate molestie arrecate alle giovani“. Episodi, scrive il commissario, “mai denunciati grazie alle ‘amicizie influenti’ dell’avvocato”. In più il giorno del delitto, “l’avvocato sarebbe rientrato affannato e con un pacco mal avvolto presso la propria abitazione”, uscendo poi “con una grossa borsa”. Nel corso degli anni vennero accusate diverse persone: prima il portiere del palazzo, Pietrino Vanacore, poi Salvatore Volponi, il datore di lavoro di Cesaroni; poi Federico Valle, il cui padre lavorava nello stabile e infine il fidanzato della vittima, Raniero Busco. Vennero tutti scagionati dalle accuse.

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