Gli Ucraini lottano per tutti noi”. In una lettera al giornale Le Figaro, la leggenda del balletto mondiale Mikhail Baryshnikov esprime il suo dissenso per la guerra d’invasione russa dell’Ucraina. E il suo dolore per la popolazione offesa. Ma da uomo che ha una doppia anima, quella di ex cittadino dell’Urss e poi di americano, esorta anche a non stigmatizzare tutto il popolo russo. A non fare di tutti i russi un unico fascio di oppressori. Perché “in qualsiasi momento il protetto può diventare un perseguitato”. Originario di Riga, in Lettonia, star del balletto Kirov di Leningrado (oggi teatro Marinskij di San Pietroburgo), dopo la fuga in Occidente nel 1974 ha calcato i palcoscenici del mondo. E non solo. È stato anche attore cinematografico e performer nei luoghi d’arte meno convenzionali. Un artista a tutto tondo, curioso e avido di stimoli della contemporaneità. A 74 anni, con alle spalle una carriera di ballerino dalla perfezione cristallina in tutti i ruoli della danza classica e moderna, continua a dirigere il Baryshnikov Art Center di New York. E a esplorare nuove forme di contaminazione artistiche. La scorsa estate il suo “Not Once”, opera multimediale realizzata con l’artista iconico belga Jan Fabre, è stato ospitato alla Biennale di Venezia. In che ruolo? Trasfigurato, con il corpo dipinto di bianco, ricoperto di scorie, schegge, incrostato come quello di un sopravvissuto, dietro la neve che continua a cadere. Oppure di un angelo caduto. Verrebbe da dire: caduto nel cuore dell’Europa devastata dalla guerra.

Ebbene, quel corpo che si trasforma fino ad assumere diverse identità che lui stesso non riconosce (‘questo è il mio corpo?’, si chiede nel filmato), ci fa oggi pensare alla guerra in Ucraina e a tutte le sue vittime. Perciò, non stupisce che proprio lui, artista che definisce se stesso come “prodotto dell’Europa, della Russia e, naturalmente, degli Stati Uniti”, senta l’urgenza di far sentire la sua voce. “Non vivo in Russia da quasi cinquant’anni – scrive nella lettera – e la mia esistenza è trascorsa tutti questi anni in una società libera. Ma sono cresciuto in Lettonia, figlio di un ufficiale russo in quella che allora era l’Urss. La mia famiglia stava partecipando a un’occupazione. Eppure anche la Lettonia occupata era più aperta e più europea della Russia all’epoca”. La sua posizione di condanna alla guerra è durissima, ma anche la sua sofferenza di ex cittadino sovietico: “Non riesco proprio a comprendere come alcune persone possano fidarsi e seguire leader come Putin, nonostante i russi stessi abbiano sofferto, nel corso della Storia, per la sottomissione a regimi brutali e oppressivi. Non riesco proprio a spiegarmi come si sia arrivati a questo punto”. Ha capito sin dal 24 febbraio che questa sarebbe stata una guerra devastante: “Fin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina ho provato uno sgomento enorme e la certezza che sarebbe stato un conflitto sanguinoso e tremendo”, spiega nel testo. “Ho capito subito che questa offensiva dell’esercito russo sarebbe stata più destabilizzante dell’’annessione’ della Crimea e dell’insurrezione separatista nella regione del Donbass”. Ma, da cittadino americano, ricorda che anche in democrazia si corre il rischio di dar voce e teorie complottiste: “Perfino nella società libera e democratica nella quale vivo una percentuale sconvolgente di americani pare credere in teorie contorte a proposito di un’elezione che si ritiene sia stata ‘rubata’ nel 2020. Questo ci insegna che l’ignoranza della Storia e il fervore nazionalista non sono esclusivi di nessun Paese”. Mikhail Baryshnikov è stato fra i primi a postare la sua solidarietà al collega ucraino Alexei Ratmansky sul suo profilo Facebook. Perché sa bene, come scrive nella lettera a Le Figaro, che “gli ucraini sono sempre stati amici, vicini, membri di famiglia – e lo sono ancora. Il rapporto tra popolo russo e popolo ucraino è una relazione fluida tra lingue, culture e frontiere. I due Paesi sono straordinariamente intrecciati tra loro, ma nella consapevolezza e con l’apprezzamento di sottili differenze culturali”. Non dev’essere facile nemmeno per lui, mito del balletto che ha avuto lo stesso maestro di Rudolf Nureyev al Kirov (ricordiamo che il tartaro volante chiese asilo politico alla Francia nel 1961), Aleksandr Pushkin, vivere questa tremenda contraddizione anche in termini culturali. Mikhail Baryshnikov confessa a Le Figaro di non valere molto come combattente e dichiara quello che può e vuole fare: “Da parte mia, non posso influenzare la politica o lanciare bottiglie Molotov, né sono competente al punto da dare consigli o pareri riguardo agli aiuti che Stati Uniti, Nato ed Europa potrebbero o dovrebbero inviare agli ucraini. Il meno che possa fare, tuttavia, è aiutare quanti più profughi possibile”.
Con lo scrittore Boris Akunin dalla Gran Bretagna e con l’economista Sergueï Guriev dalla Francia partecipa al lancio “True Russia” (truerussia.org) e firma il manifesto “I veri russi contro la guerra, amici dell’Ucraina” dando il via a una raccolta di fondi per aiutare i profughi.

La sua realtà è sempre stata diversa da quella scenica. Il principe del Lago dei Cigni o di Schiaccianoci sono personaggi da fiaba. Ma se pensiamo alla sua carriera cinematografica di attore e andiamo a rivedere il film “Il Sole a Mezzanotte”, di Taylor Hackford del 1985, Baryshnikov diventa Nikolai Rodcenko. E’ un americano riconosciuto dall’Urss come un criminale per aver approfittato di una tournée in Occidente del Balletto Kirov per chiedere asilo politico. Catturato per via di un atterraggio di fortuna in Siberia e costretto a rimanere in patria, danzerà con il ballerino di tip tap Raymond (l’attore Gregory Hines) nella sala-prove del Kirov. Spiati da microfoni e fotocellule del Kgb. Poi la fuga rocambolesca fino all’Ambasciata americana. Anche nell’apparizione nella serie “Sex and the City” Baryshnikov interpreta l’artista russo Aleksandr Petrovsky nei panni del nuovo fidanzato di Carrie Bradshaw. E lei per poco non si lascia conquistare definitivamente. Segno che anche nella finzione l’artista è comunque legatissimo alla sua cultura. E nella vita reale? Oggi è sposato con l’ex ballerina Lisa Rinehart con cui ha una numerosa prole. Occidentale? Certo, ma senza dimenticare le sue origini.

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