di Antonino Di Giovanni

Almeno fino a metà febbraio, le notizie giornalistiche hanno evidenziato, insieme ad altri fatti di cronaca, una matrice giovanile piuttosto violenta, come ad esempio le Baby Gang (che a mio avviso sono solo Gang, perché di Baby non hanno nulla). La risposta a tutto questo è da ricercare nell’intreccio di alcuni fenomeni culturali, sociali e psico-esistenziali che sono all’origine di questa particolare fase della nostra società, che qualcuno chiama “relativismo”. La complessità sociale, attraverso il “policentrismo” di valori, idee e concezioni di vita, ha prodotto una forte frammentazione della cultura collettiva, in cui non trovano più posto né la verità, né l’oggettività. Per certi versi vi è l’incapacità di una parte delle nuove generazioni nel dare alla propria vita la coerenza e l’unitarietà di un progetto capace di fornire un senso al frammento di tempo delimitato tra la nascita e la morte, all’interno di un tempo più grande i cui confini sono l’inizio e la fine della storia umana.

Per costoro, tutto è relativo, con la conseguente chiusura in se stessi in cui l’unico valore è costituito principalmente dal soddisfacimento dei propri bisogni personali, sempre più spesso sovradimensionati, per sentirsi accettati dagli stessi componenti del gruppo, con piccole aperture all’interno del proprio mondo quotidiano. Il gruppo dei pari assume una rilevanza particolare, non tanto per le attività che offre o per le discussioni che consente, ma solo per le relazioni che genera, il cui solo scopo è quello di rassicurare ogni membro sul fatto di esistere, di essere accettato e riconosciuto dallo stesso gruppo. Il gruppo dunque come luogo della relazione per la relazione.

Questo relativismo prodotto da un insieme di più “centri” non si ferma a questo effetto ma va ben oltre, frammentando il tessuto culturale della società come in un grande puzzle dove il giovane, che rappresenta un pezzetto di esso, pretende di rappresentare l’intero disegno. Riprendersi in video con i propri cellulari o tablet durante azioni incivili, mettere sul web la propria ragazza nuda o la malcapitata di turno violentata dal branco (Revenge Porn) è un atteggiamento deviato per sentirsi accettati dal gruppo di appartenenza, ovvero all’interno di una cultura sociale fortemente condizionata dalla competitività che dà al rischio un valore positivo in quanto fattore di successo e di realizzazione personale.

Atteggiamento, questo, di chi non ha progetti per il proprio futuro e che consente di non negarsi nulla di ciò che è ritenuto trasgressivo o illecito, perché tanto si tratta di una scelta da cui ritengono di poter tornare indietro. Difatti, ogni esperienza vissuta in questo modo assume per il giovane un significato “relativo” che si esaurisce all’interno dell’esperienza stessa, non riuscendosi a collegare alle altre esperienze esistenziali verso un senso più generale.

I nuovi sistemi di comunicazione consentono loro di entrare velocemente in relazione “orizzontalmente” anche se fisicamente dislocati in luoghi molto lontani. Ma, se un’interrelazione simile riesce a unire più persone all’interno di uno stesso spazio sociale, allo stesso tempo isola ciascun giovane nel suo limitato segmento temporale, indebolendo quel legame verticale intergenerazionale come quello con genitori o docenti.

In sostanza, questa nuova generazione fautrice del relativismo si è ritrovata immersa in una nuova temporalità costruita sull’ipertrofia delle relazioni orizzontali e l’ipotrofia di quelle verticali, causando una sorta di frammentazione centrata sul presente, in cui le scelte sono prodotte dall’utilità e dai sistemi di valore delle situazioni in cui si è inseriti e non dall’esigenza di unitarietà e coerenza di un progetto esistenziale. Ciò sta comportando una profonda crisi della progettualità, ovvero della capacità dei giovani di vivere il presente in coerenza con il proprio passato personale, familiare e culturale e, soprattutto, con il proprio “sogno di futuro”.

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