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Trapani e Ceuta sono fenomeni incomparabili, ma legati dalla stessa ‘legge delle migrazioni’

Il salto logico che propongo da Trapani a Ceuta è enorme e non va banalizzato: una studentessa che prende un aereo non è un migrante che rischia la vita a una frontiera. Ma esiste una domanda comune: perché le persone si muovono?
Trapani e Ceuta sono fenomeni incomparabili, ma legati dalla stessa ‘legge delle migrazioni’
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Una mattina d’agosto ascolto alcune giovani trapanesi confrontare la loro vita da studentesse fuorisede. Gli affitti a Torino e Bologna sono proibitivi, la convivenza pesa, tutte vorrebbero almeno un piccolo monolocale. Poi una domanda: “A Torino come ti trovi?”. Risposta: “Benissimo, non c’è paragone” ovviamente, con Trapani. Persino durante le vacanze, nella Sicilia occidentale, progettano già il ritorno al Nord. È una conversazione privata, non un’indagine statistica. Ma descrive un fenomeno che i numeri confermano.

Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150mila laureati italiani tra 25 e 34 anni: 122mila nel saldo con il Centro-Nord e 28mila verso l’estero. Nel 2025 il 23,6% dei trasferimenti dal Mezzogiorno al Centro-Nord proveniva dalla Sicilia. E l’Istat ha registrato nell’isola, nel 2023, un saldo di -34 laureati italiani tra 25 e 39 anni ogni mille residenti della stessa fascia e livello di istruzione che si spostano verso altre regioni o l’estero.

Il dato interessante non è soltanto che i siciliani partono. È che accettano di pagare molto di più per vivere peggio sul piano abitativo, pur di vivere meglio sul piano delle opportunità. La casa familiare può esserci, manca ciò che sta intorno alla casa: lavoro, relazioni, università, mobilità, anonimato, possibilità di cambiare ambiente e mestiere. Bologna e Torino offrono una maggiore densità di opzioni.

Il salto logico che propongo da Trapani a Ceuta è enorme e non va banalizzato: una studentessa che prende un aereo non è un migrante che rischia la vita a una frontiera. Ma esiste una domanda comune: perché le persone si muovono?

Troppo spesso l’Europa osserva l’ultimo chilometro della migrazione e non il momento nel quale una persona decide che il proprio futuro vale di più altrove. È in questa prospettiva che andrebbe giudicata anche la Spagna di Pedro Sánchez. La grande regolarizzazione spagnola può essere criticata per il possibile effetto di aspettativa sulle migrazioni future. Ma definirla semplicemente un’operazione per procurare “manodopera a basso costo” è insufficiente. Il lavoratore irregolare è, per definizione, più ricattabile: ha minore potere contrattuale e maggiori difficoltà a denunciare lo sfruttamento.

Regolarizzare non garantisce salari dignitosi, ma porta lavoro sommerso dentro diritto del lavoro, previdenza e fiscalità. Se vogliamo discutere seriamente di dumping salariale dobbiamo parlare di salari, controlli e contrattazione, non soltanto di permessi di soggiorno. La Spagna, inoltre, non cerca soltanto braccia: utilizza anche la Carta blu europea e canali per professionisti altamente qualificati. Anche l’Italia dispone della Carta blu e di ingressi fuori quota per determinate categorie qualificate.

Il punto, allora, è un altro: dov’è la nostra politica competitiva per attrarre capitale umano? Perché un ingegnere nigeriano, un medico etiope o un informatico tunisino dovrebbe scegliere Palermo anziché Berlino, Madrid o Parigi? Il paradosso è evidente: finanziamo con denaro pubblico la formazione dei nostri giovani, ne perdiamo una parte verso economie più attrattive e contemporaneamente cerchiamo all’estero i lavoratori che la nostra demografia non produce più.

Una procedura amministrativa per l’immigrazione qualificata non basta: servono stipendi, ricerca, riconoscimento rapido dei titoli, università internazionali, imprese innovative e possibilità di carriera. Qui il Piano Mattei merita una critica più precisa di quella, troppo facile, secondo cui finanzierebbe semplicemente le élite africane. Non abbiamo elementi per affermarlo in questi termini. Il problema è verificare chi cattura il valore degli investimenti in economie già segnate da diseguaglianze enormi.

Secondo Oxfam, lo 0,02% della popolazione africana composto da milionari detiene quasi un quinto della ricchezza del continente, mentre la metà più povera possiede meno dell’1%. In questo contesto non basta sapere quanti miliardi investiamo: bisogna sapere chi riceve credito, chi possiede le infrastrutture, quanti lavoratori vengono formati, quanto vengono pagati e quanta ricchezza resta nelle comunità.

Una strada interessante esiste già. Nel 2026 Italia ed Etiopia hanno avviato una Global Skill Partnership per formare competenze utili sia al mercato etiope sia a quello italiano e costruire percorsi di mobilità legale. Questa dovrebbe diventare una componente centrale del Piano Mattei: investire non soltanto in opere, ma nelle persone. Senza però sostituire alla fuga dei cervelli siciliani una fuga dei cervelli africani: una parte dei formati dovrebbe poter venire legalmente in Europa, una parte restare da noi, un’altra circolare tra i due sistemi.

Trapani e Ceuta, allora, raccontano fenomeni incomparabili nelle condizioni ma collegati da una medesima legge delle migrazioni: le persone vanno dove percepiscono più futuro. Sánchez prova a far emergere chi è già arrivato. Meloni prova a creare sviluppo nei Paesi di origine, essenzialmente per non farli partire. Entrambe le intuizioni contengono una parte di verità, nessuna delle due basta.

La politica migratoria del futuro dovrebbe occuparsi meno dell’immobilità e più della circolazione del capitale umano: formarlo, attrarlo, consentirgli di tornare e distribuire meglio la ricchezza che produce. Dovrebbe far lavorare meno, ma molto meno, Piantedosi e molto, ma molto di più Valditara e Bernini.

Altrimenti continueremo a discutere di barconi, muri e frontiere quando la migrazione era già cominciata molto prima: nel momento in cui una ragazza a Trapani o un ragazzo in Africa guarda il luogo in cui è nato e conclude che il proprio futuro vale di più altrove.

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