Dai rettangoli dei teli mare ai vari tipi di sfera: ecco le geometrie balneari
di Franco Failli
Sembrerebbe che geometria e pratica balneare agostana siano due cose senza alcun punto di contatto, ma non è così. Sulla spiaggia, qualunque spiaggia, siamo letteralmente attorniati da figure geometriche che ci fanno l’occhiolino, o addirittura ci investono clamorosamente.
I triangoli isosceli degli slip dei costumi da bagno (che per le signore diventano più o meno equilateri per il pezzo superiore del bikini), gli anelli toroidali delle ciambelle dei bambini, i poligoni regolari (esagoni, ottagoni) degli ombrelloni, che sovrastano i cilindri sottili che li reggono al loro posto, insieme ai coni di plastica opportunamente muniti di spiraletta apicale, che da qualche anno sono usatissimi per piantarli nella sabbia. Per non parlare degli altri ovvi coni, stavolta in forma di gelati.
I rettangoli degli asciugamani stesi sulla rena sono il mosaico multicolore che rappresenta uno dei tanti aspetti della nostra civiltà affamata di svago e disimpegno. Ma la forma geometrica che più di ogni altra impera e tiranneggia il popolo vacanziero è sicuramente la sfera.
La sfera, laica deità invernale che ci ipnotizza sui campi di calcio, d’estate diventa l’icona cui si sacrificano giornate di vacanza e decine di metri quadri di sabbia o di specchio d’acqua a danno di tutti coloro ai quali di questo rito estivo del trastullo sferico non importa un bel nulla e ne sono anzi convintamente infastiditi.
Le sfere estive sono tipicamente di plastica, multicolori, leggere, di dimensioni sostanzialmente uguali a quelle di un pallone da calcio regolamentare, ma di esso molto più dotate di capacità fantasistiche, ben alimentate dall’imperizia demenziale con la quale esse sono abitualmente trattate.
Infatti, con la sfera balneare si può improvvisare una partita di pseudo football sulla spiaggia, in modo da glassare di rena tutto il circostante, sferrando occasionali cannonate in faccia alla nonna più prossima, così come farla diventare anfibia per permettere di palleggiarsela garruli, agendo di piede o di mano, con l’acqua alla pancia tra i membri di un gruppo di sconsigliati, spesso oltre il limite estremo della congestione postprandiale.
L’importante è fare rumore. La sfera stessa aiuta emettendo un tonfo sordo da bomba di profondità o da revolverata, a seconda che sia colpita con il collo del piede o con la mano aperta, sempre ovviamente con il massimo della forza possibile al lanciatore, sennò che gusto c’è.
Nel coro degli scoppi aiutano anche un po’ le sferette dei racchettoni, molto più piccole ma non per questo meno viperine: capaci di alloggiarsi in un’orbita oculare come nessun pallone può fare, e producenti un tamburellio di fucileria da trincea degno del fronte del Don. Le urla di una allegria forzata, scervellata, proterva e irrispettosa fanno il resto.
Di tutt’altra pasta sono fatte le sfere a spicchi colorati destinate a stupire i più piccini. Gonfiate una volta vigorosamente a fiato da padri volonterosi, anche oggi che le labbra e i polmoni hanno ceduto il passo a valvole e pompette di vario ordine e grado, questi palloncioni non hanno perso la loro aria di compagni bonari ed innocui. Quasi che l’aumento di dimensioni sia legato in una strana correlazione alla diminuzione del disturbo generato.
L’ultimo tipo di sfera presente sulle nostre spiagge è il più piccolo ed allo stesso tempo il più numeroso, posseduto in forma fisica o metaforica da ogni essere umano frequentante l’arenile. Ma purtroppo queste sfere, anche in conseguenza delle gesta delle loro compagne appena descritte, sulla spiaggia si possono solo rompere.