Una serie di iniziative – tra cui una riflessione di due giorni organizzata presso l’Università di Pisa, trasmessa in streaming sul sito de Il Fatto – stanno accompagnando il trentennale di un evento che ha costituito un vero e proprio snodo cruciale nella storia d’Italia: l’avvio delle inchieste di Mani pulite. Letta con chiavi interpretative contrapposte, Mani pulite si è fatta memoria collettiva schizofrenica: occasione mancata di una palingenesi civica contro una classe politica corrotta per alcuni; un “golpe giudiziario” contro alcuni leader e partiti di governo per altri.

Cominciamo dalla cronaca. La tangente da sette milioni di lire (3500 euro appena) “tracciata” dal pubblico ministero Antonio Di Pietro, grazie alla segnalazione del titolare di una ditta di pulizie Luca Magni, rappresentava la metà esatta del dovuto, secondo l’inderogabile “legge” del dieci per cento sul controvalore dell’appalto di servizi da 140 milioni. Una regola applicata, certo non inventata da Chiesa, in quando da anni già vigente in ogni ente pubblico milanese. Un esempio da manuale di effetto-farfalla, metafora utilizzata per illustrare una possibile applicazione della “teoria del caos”. Il meteorologo Lorenz che l’ha inventata tenne nel 1972 una conferenza dal titolo: Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas? Applicato alla corruzione italiana diventerebbe: può una micro-tangente pagata a un politico di medio-cabotaggio in un ospizio milanese far crollare un sistema politico e i suoi leader, cancellando partiti con più di un secolo di storia? La risposta, oggi lo sappiamo, è affermativa.

La sproporzione tra causa (apparente) ed effetti ha alimentato varie teorie cospiratorie, tra cui quelle su un fantasioso ruolo dei servizi segreti (magari stranieri). In realtà, Mani pulite venne innescata da una combinazione tra eventi casuali del tutto accidentali, che ne furono l’innesco, e alcuni fattori favorevoli che ne determinarono lo sviluppo. Come una scintilla che cade su materiale combustibile. Tutto ebbe inizio con l’incidente di percorso di un politico rampante ma ancora confinato in un ruolo marginale come Mario Chiesa e il suo incontro sfortunato con un impresario in crisi, non in grado di sobbarcarsi il “prezzo della tangente” e perciò disposto a giocarsi il tutto per tutto con la carta della denuncia.

Il caso volle che il fascicolo fosse assegnato al pubblico ministero Antonio Di Pietro, che aveva già trattato quei reati in altre indagini, affinando antenne sensibili alla natura seriale e sistemica dei fatti di corruzione incontrati. Nel maggio 1991 Di Pietro aveva già pubblicato sul mensile milanese Società civile un piccolo saggio sulla dazione ambientale, descrivendola come “una situazione oggettiva in cui chi deve dare il denaro non aspetta più nemmeno che gli venga richiesto; egli, ormai, sa che in quel determinato ambiente si usa dare la mazzetta o il pizzo e quindi si adegua”. In perfetta sintonia, lo stesso Chiesa avrebbe poi descritto “la regola tacita che la tangente avrebbe gravato su tutto, dalla grande opera alla più piccola fornitura. Non si discute nemmeno più di mazzette”.

I magistrati del pool Mani pulite riconobbero una crepa nella diga che fino ad allora per i politici coinvolti nelle inchieste corrispondeva alla legge ferrea d’omertà, fatta osservare dai vertici dei rispettivi partiti. La smagliatura nella trama di collusioni, complicità e connivenze si fece evidente quando lo stesso Chiesa, scaricato dal leader del suo partito Bettino Craxi preoccupato per la campagna elettorale delle politiche di aprile, iniziò a parlare. La percezione di un crollo imminente accelerò la corsa a collaborare coi magistrati. L’antico cemento delle appartenenze ai vari potentati partitici, col suo vincolo implicito del reciproco potere di ricatto, si sgretolò nell’arco di poche settimane.

Nell’impotenza di una classe politica delegittimata proprio da quelle inchieste e paralizzata dalla paura del crollo imminente, le indagini iniziarono a salire di livello, dall’iniziale focolaio milanese fino ai vertici nazionali, e poi per “gemmazione” in molte città d’Italia, condotte da magistrati ormai acclamati come eroi popolari. I centri di potere che nei partiti regolavano e disciplinavano, tra le altre cose, anche il sistematico circuito di tangenti che gravava su ogni investimento o spesa pubblica, incassavano una quota delle mazzette che a livello locale venivano pagate dai cartelli di imprenditori, a loro volta connotati da un’etichetta di affiliazione politica. Una forma di corruzione organizzata, ancor più che sistemica, fondata su un duplice accordo collusivo.

Sia nel mondo delle imprese che in quello della politica funzioni e ruoli erano chiaramente definiti, con una divisione del lavoro specializzata tra collettori di tangenti, riciclatori, facilitatori, intermediari, riciclatori. Una quota di qualsiasi mazzetta, inclusa quella da sette milioni di lire destinata a Mario Chiesa, sarebbe stata incanalata nei vasi comunicanti della corruzione verso i vertici politici, assicurando tramite quei fondi neri la stabilità degli equilibri di potere, il sostegno alle carriere e alle nomine, i finanziamenti delle campagne elettorali. Di qui l’effetto-farfalla generato da Mani pulite. Le confessioni incrociate colpirono proprio quei centri di potere che nei partiti erano architrave, cabina di regia e garanti del rispetto delle regole e dei patti della corruzione sistemica – inclusa la “legge dell’omertà”.

L’accelerazione progressiva dell’inchiesta fu favorita da alcuni fattori di contesto. Come ha sottolineato Nando dalla Chiesa nel convegno di Pisa, Mani pulite può essere interpretata non tanto come una “rivoluzione”, quanto come una “insurrezione”, che ebbe tanti affluenti – nella società civile, nella cultura, nelle stesse istituzioni. L’opinione pubblica colse il valore simbolico dell’inchiesta, la sua capacità di depotenziare le vecchie barriere protettive a tutela di una classe politica auto-legittimatasi nel proprio coinvolgimento estensivo in attività criminali. Fu determinante certo lo “scongelamento” ideologico dell’elettorato conseguente alla caduta del muro di Berlino, che si tradusse nell’affermarsi – già nelle elezioni politiche dell’aprile 1992 – di nuovi credibili sfidanti ai partiti tradizionali, come la Lega Nord e la Rete. Nello stesso periodo la drammatica crisi economica e di bilancio gravava sui portafogli delle famiglie e sulle casse degli enti pubblici, con un debito pubblico alle stelle, accentuando il discredito verso la “vecchia” classe politica, e nel contempo accentuando le frizioni nella ripartizione di una rendita della corruzione che inevitabilmente si restringeva.

Occorre sgomberare il campo da un mito. Mani pulite non ha cancellato i “vecchi” partiti democratici di massa spianando la strada alle sirene dei partiti personali e populisti. Quei partiti erano già corrosi dall’interno proprio dal ricorso generalizzato alle risorse della corruzione per finanziarsi e definire i propri equilibri interni di potere. Apparivano partiti forti, in realtà erano partiti gonfi come vesciche. Gonfi di denaro che finanziava sfarzosi appuntamenti congressuali, miriadi di pubblicazioni inutili, campagne elettorali dispendiose – e naturalmente anche circuiti di spreco parassitario e arricchimento personale. Partiti però vuoti dentro, vuoti di partecipazione, di proposta politica. Dove anche la militanza aveva un prezzo, nel senso che si doveva retribuire la “falange” dei propri sostenitori. Balcanizzati in entità autonome l’una contro l’altra, armate per presidiare i ruoli pubblici più redditizi, aventi strutture informali e bilanci separati.

La scintilla di Mani pulite era scoccata, ne risultò il deflagrare della più vasta inchiesta per corruzione nella storia dei moderni sistemi democratici, con migliaia di persone indagate, tra cui qualche centinaio di parlamentari, cinque ex presidenti del consiglio e decine di ex ministri coinvolti a vario titolo. Nonostante i molti procedimenti prescritti, le assoluzioni furono appena il 14,5 per cento, contro una media nazionale di oltre il 20 per cento. Nelle successive elezioni politiche del 1994 si registrò quasi il 70% di ricambio di parlamentari, il più alto nella storia d’Italia. Le stesse elezioni che paradossalmente avrebbero incoronato Silvio Berlusconi nuovo protagonista su una scena politica pressoché desertificata, grazie alla sua camaleontica abilità – da ex testimone di nozze di Bettino Craxi e massimo beneficiario della sua protezione politica – di riciclarsi come campione del “nuovo che avanza”, miracolosamente purificato dalla sua provenienza dalla “trincea del lavoro”.

L’incontro di Pisa – ancora disponibile online – ha cercato di coniugare la memoria, personale e collettiva, con la proiezione storica per trasformarla in strumento di comprensione e di analisi scientifica. Ha coinvolto per questo alcuni protagonisti di quegli eventi, come i magistrati Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo, che hanno fornito chiavi di lettura distinte, per quanto convergenti, delle ragioni dei successi iniziali, delle resistenze crescenti e del retaggio controverso dell’inchiesta. Luigi Ciotti ha richiamato la centralità della riscoperta di un senso di etica pubblica condivisa, come parve realizzarsi in quegli anni grazie a una società civile responsabile e consapevole, presidio di integrità nella cura del bene comune. I giornalisti Mario Portanova e Gian Antonio Stella hanno sottolineato l’ancoraggio di Mani pulite a storie ed eventi antecedenti, nonché i rischi della spettacolarizzazione e personalizzazione di magistrati “eroi loro malgrado”: la nota citazione di Bertolt Brecht “sventurata la terra che ha bisogno d’eroi” potrebbe essere integrata con: “sfortunati anche gli eroi della terra che ha bisogno di loro”. Rocco Sciarrone, Franco Cazzola, Francesco Merloni, i relatori e i discussant delle sessioni pomeridiane hanno portato il contributo della ricerca e della riflessione teorica sui fenomeni di corruzione.

Ma il convegno è stato anche un momento di formazione per gli studenti del Master anticorruzione e antimafia organizzato da Libera e dalle Università di Pisa, Torino, Napoli, Palermo. Nonché un’occasione per la presentazione di alcuni risultati di un progetto di ricerca nazionale sulla politicizzazione della corruzione da Mani pulite a oggi, con il coinvolgimento, oltre a Pisa, delle Università di Roma La Sapienza, Perugia, Cattolica.

Un elemento convergente di riflessione è stata l’esigenza di leggere Mani pulite come evento complesso attraverso una prospettiva ampia, multidisciplinare e aperta alla proiezione storica. Perché altri “battiti di farfalle”, nei decenni precedenti, non hanno prodotto gli stessi effetti, non hanno svelato – e risanato – il tessuto di corruzione che andava mettendo radici? Lo scenario desolante di malaffare politico generalizzato svelato da Mani pulite non era forse un esito inevitabile. Era il 1974, anno del “primo scandalo dei petroli”, quando il socialista Sandro Pertini, all’epoca Presidente della Camera, così reagiva pubblicamente alle notizie dello scandalo: “Non c’è ragione al mondo che giustifichi la copertura di un disonesto, anche se deputato. Ma non ti rendi conto – m’ha rimproverato uno – che qui crolla tutto, è in gioco l’intero sistema? Dico io: me ne infischio del sistema, se dà ragione ai ladri. Lo scandalo più intollerabile sarebbe quello di soffocare lo scandalo. L’opinione pubblica non lo tollererebbe. Io neppure”. E ancora: “Dicono che un partito moderno si deve ‘adeguare’. Ma adeguare a che cosa, santa Madonna? Se adeguarsi vuol dire rubare, io non mi adeguo. Meglio allora il partito non adeguato e poco moderno”.

È invece in nome della vincente prospettiva di una presunta “modernità della corruzione”, delle tangenti quale “costo della democrazia” (incarnata in modo esemplare dal famoso discorso di Bettino Craxi alla Camera dei Deputati il 3 luglio 1992) che si sarebbe giocata la tragedia collettiva – il logoramento e il collasso dei partiti, la voragine dei bilanci pubblici, il diffondersi di forme d’illegalità di massa, etc. – di cui Mani pulite sarebbe stata rivelatrice, non certo la causa.

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