Raggiungere un accordo internazionale legalmente vincolante entro il 2024. È l’obiettivo della risoluzione storica approvata da Capi di Stato, ministri dell’Ambiente e altri rappresentanti di 175 nazioni all’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente, a Nairobi, in Kenya, mentre il conflitto Ucraina-Russia tiene il mondo con il fiato sospeso. “Sullo sfondo delle turbolenze geopolitiche, l’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente mostra il meglio della cooperazione multilaterale” e ha, infatti, dichiarato il presidente dell’Unea-5 e ministro norvegese per il Clima e l’ambiente, Espen Barth Eide. La risoluzione affronta l’intero ciclo di vita di plastica, compresi produzione, progettazione e smaltimento perché “l’inquinamento da plastica – ha detto – è diventato un’epidemia”. Erastus Ooko, responsabile del dossier per Greenpeace Africa, in questi giorni ha sottolineato che “una soluzione al problema non è solo essenziale, ma non negoziabile”. “I leader globali seduti al tavolo dei negoziati di Nairobi hanno ascoltato le voci di milioni di persone che in tutto il mondo chiedono di porre fine alla crisi ambientale dovuta all’inquinamento da plastica” ha commentato Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Per il Wwf è “una delle azioni ambientali più ambiziose al mondo dal Protocollo di Montreal del 1989, che ha portato all’eliminazione delle sostanze che riducono lo strato di ozono atmosferico”.

Negoziati entro la fine dell’anno – La risoluzione prevede dunque l’avvio, entro la fine del 2022, dei negoziati per un trattato globale sulla plastica legalmente vincolante e riconosce che l’intero ciclo di vita della plastica, dall’estrazione dei combustibili fossili necessari a produrla fino allo smaltimento, crea impatti notevoli per le persone e per il pianeta. La plastica, infatti, è dannosa ancora prima di entrare in commercio: il 99% viene prodotta da petrolio e gas fossile e inquina in ogni fase del ciclo di vita, dalla produzione all’incenerimento. “L’approvazione della risoluzione è un grande passo avanti – aggiunge Ungherese – che manterrà elevata la pressione sulle aziende dei combustibili fossili e sulle multinazionali che impiegano enormi quantità di imballaggi usa e getta, affinché riducano subito il loro impatto ambientale e trasformino radicalmente i loro modelli di business in favore di soluzioni basate sullo sfuso e sulla ricarica”.

Le petizioni per il trattato sulla plastica – Proprio nei giorni scorsi, così come il Wwf, anche Greenpeace aveva lanciato una petizione per chiedere alle Nazioni Unite un trattato globale sulla plastica per azzerare l’inquinamento, ma anche gli impatti climatici legati ai gas serra che vengono emessi nella produzione delle materie plastiche. Secondo l’ong è necessario che l’accordo definisca strumenti legislativi, legalmente vincolanti per aziende e governi, che coprano l’intero ciclo di vita della plastica, comprese l’estrazione e la produzione delle materie prime da cui si produce, ma anche l’uso e lo smaltimento. Dei 460 milioni di tonnellate di plastica prodotte nel 2019 in tutto il mondo, meno del 10% è attualmente riciclato e il 22% abbandonato in discariche incontrollate, bruciato all’aperto o rilasciato nell’ambiente. E, se dispersa in natura, la plastica si degrada in tempi estremamente lunghi: 20 anni per un sacchetto, 400 anni per un flacone per il detersivo, 500 per una bottiglia. Ecco perché serve un trattato che vincoli le grandi multinazionali a vendere sempre più prodotti sfusi o con packaging riutilizzabile.

La responsabilità dei Paesi – Un altro punto importante riguarda la responsabilità di ogni Paese rispetto alla gestione dei propri rifiuti. Basti pensare che oggi, una parte di ciò che si separa e si differenzia correttamente nelle case italiane viene spedito all’estero, soprattutto nel sud del mondo, per presunto riciclo. Questa spazzatura non riciclata si arriva quotidianamente in Paesi, come Turchia e Malesia, non dotati di impianti di smaltimento adeguati, inquinando terra, fiumi e mettendo a rischio la salute della popolazione. Circa il 76 per cento di tutta la plastica prodotta a partire dagli anni cinquanta è finita in discariche già stracolme o dispersa nell’ambiente. “I governi – sottolinea, poi, Greenpeace – devono inoltre garantire una transizione giusta per i lavoratori e la tutela della salute delle comunità più colpite dall’inquinamento”.

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