La dirigenza ucraina tratta con gli aggressori, mentre le sue città vengono bombardate, minacciate di essere “rase al suolo, se non si arrendono” (come ai tempi di Roma e Cartagine); i commandos russi cercano quella stessa dirigenza con cui trattano, per assassinarla. L’Occidente esalta gli ucraini e se stesso per le sanzioni “durissime” contro la Russia, per la sua “compattezza”. Fra pochi giorni il Presidente Zelensky, sua moglie e tanti altri saranno morti, alcune città spianate, la gente affamata e privata della libertà. Sull’Ucraina regnerà un improvviso silenzio, infranto solo dalle umiliazioni del fantoccio di Putin.

Date le prospettive, ieri le classi dirigenti occidentali non hanno offerto un bello spettacolo. Il Parlamento Europeo ha inscenato una gara di retorica fra i leader politici, mentre Zelensky in maglione, il volto sfatto dal sonno, in collegamento da Kiev chiedeva: “Cosa intendete fare in concreto per aiutarci?”. L’entusiasmo e il tripudio sono stati perfino maggiori al Congresso Usa, dove Joe Biden, nel discorso sullo Stato dell’Unione, ha partorito il topolino della chiusura dei cieli americani agli aerei russi. “Too little too late”, dicono da quelle parti.

L’Occidente non sparerà un colpo finché Putin non attaccherà i Baltici o altri territori dove vige l’alleanza Nato. Putin ne ha preso nota e si appresta a invadere la Moldavia (lo dice Lukashenko). A quel punto l’oltraggio dell’Occidente sarà massimo. Anche l’ipocrisia, di quelli che mettono sullo stesso piano vittime e aggressori: “Ma anche Cesare coi Galli…”, sì, lo so. Cosa può fare un Occidente in imbarazzo, stretto fra l’ipocrisia e la deriva nucleare? Abbiamo scelto di difenderci con la guerra economica. Ma non abbiamo calibrato le sanzioni “senza precedenti” sul risultato desiderato, bensì sul mettere a tacere le nostre coscienze da benpensanti. È vero, però, che stiamo scoprendo solo ora che la guerra è stata preparata per due anni e mezzo (incluse le riserve valutarie), che l’Ucraina viene colpita solo perché simpatizza con lo stile di vita e le istituzioni dell’Occidente, ed è solo il primo obiettivo.

L’Occidente ha l’enorme fortuna di avere incontrato una nazione che combatte per lui. Non solo infligge perdite al “nemico”; non solo mette a nudo le sue vere logiche. Zelensky tenendo insieme il popolo ucraino nell’ora più buia ha risvegliato l’Europa e l’ha cambiata in pochi giorni, per sempre. Per questo è diventato il bersaglio numero uno dei russi: egli è oggi il leader carismatico e morale dell’Occidente. Non possiamo permetterci di perderlo, né lui può salvarsi abbandonando il suo popolo: non sarebbe più lui.

Le sanzioni possono danneggiare l’economia russa nel lungo termine, ma non bastano per salvare l’Ucraina; né per fermare la guerra che Putin conduce con la strategia del 1935-38 di Hitler. Putin ha già messo in conto delle perdite, ma il suo personale calcolo dei costi e benefici considera accettabili perdite anche molto più elevate. Egli ha calcolato inoltre che l’elite russa può sopportare queste perdite e qualcun’altra ancora senza che il suo regime sia destabilizzato.

L’unica via d’uscita per l’Occidente, volendo evitare sia la guerra mondiale sia l’umiliazione completa, è di aumentare le sanzioni economiche fino al punto in cui i costi, nella logica dei russi, superino i benefici. Volendolo fare, tanto vale farlo prima che l’Ucraina cada. Si fa essenzialmente riducendo l’afflusso di gas verso l’Europa (e della valuta occidentale verso la Russia) dal 100% attuale subito a 70% e nel contempo lasciando trapelare ulteriori riduzioni, fino a 0% entro 12 mesi (non si può fare con il petrolio perché è un bene fungibile). Reggerebbero, le nostre economie? Sì (studio qui). Dovremmo fare sacrifici, razionare il gas? Assolutamente sì.

Chi farebbe più sacrifici? L’Italia e la Germania (i ceti deboli già patiscono per l’inflazione). Ci vorrebbe dunque un coordinamento europeo e uno domestico per redistribuire i costi. Ne vale la pena? Sì. Per la nostra dignità, oggi, di fronte all’Ucraina in fiamme. Per la nostra sicurezza e il nostro benessere di domani. Sì, perché la probabilità di fermare Putin senza sparare un colpo sarebbe elevata.

L’Europa si è sempre vantata di essere pacifica, di saper gestire le tensioni internazionali con il soft power. È il momento di dimostrarlo. Subito, ora. Ma i politici faranno quello che l’opinione pubblica e i sondaggi indicheranno. Perciò dipende da noi. La solidarietà con le vittime di questa guerra, la asserita difesa dei valori democratici, della pace, sono il frutto di emozioni superficiali e cangianti, o siamo determinati? Se non lo siamo, troveremo tanti pretesti per voltarci dall’altra parte: dove troveremo un milione di profughi. La questione è tutta qui.

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