Da un lato il congelamento delle riserve internazionali della banca centrale, che “strangola la liquidità del Paese”. Dall’altro le sanzioni contro gli oligarchi, una leva che potrebbe addirittura – anche se lo scenario al momento sembra remoto – fare da propellente a un “cambio di leadership” a Mosca. Per Carlo Altomonte, associato di Politica economica europea alla Bocconi e associate research fellow dell’Ispi, la risposta economica dei Paesi occidentali all’invasione dell’Ucraina è “un mix bilanciato che esercita un giusto e continuo grado di pressione. C’è spazio per inasprire ulteriormente le misure, ma ogni decisione andrà pesata“, tenendo conto delle conseguenze per l’Europa e delle reazioni che potrebbe innescare. E non è detto che sia necessario, considerato che nel giro di qualche settimana gli interventi già decisi “provocheranno default selettivi di tutto il debito in valuta estera dei grandi gruppi come Gazprom, bloccheranno gli investimenti e faranno schizzare l’inflazione“. Insomma, “l’affondamento dell’economia russa” prefigurato nelle scorse ore dal ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire.

Il combinato disposto delle sanzioni decise da Ue, Usa, Canada e Gran Bretagna comprende innanzitutto l’esclusione dal sistema di messaggistica Swift – canale indispensabile per consentire transazioni finanziarie tra Paesi – di un gruppo di banche russe ancora in via di definizione. Per ora si è deciso di non colpirle tutte (come invece aveva chiesto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky) in modo da consentire che proseguano le compravendite di gas e petrolio. “Si tratta quindi solo di sabbia negli ingranaggi”, spiega Altomonte. “Di per sé, la misura sarebbe aggirabile con altri sistemi sviluppati dai russi (l’Fms citato dalla governatrice della banca centrale Elvira Nabiullina, ndr) e non senza complicazioni. Ma gli altri tasselli sono ancora più pesanti: le banche Vtb e Sberbank sono state escluse dalla possibilità di fare operazioni in dollari sul mercato Usa e la clearing house Euroclear ha annunciato che smetterà di perfezionare le transazioni in rubli. E il congelamento delle riserve internazionali della banca centrale, che secondo i miei calcoli sono poco meno del 50% del totale, riduce di molto le possibilità di intervento della banca centrale per sostenere il rublo e garantire liquidità all’economia”.

Nonostante le contromisure annunciate dalla Banca centrale, che ha tra il resto vietato di trasferire valuta all’estero e impedito agli stranieri di vendere titoli russi, il sistema si avvia dunque verso l’asfissia e i comuni cittadini ne stanno subendo gli effetti: code ai bancomat dove spesso i contanti sono terminati, impossibilità di utilizzare i sistemi digitali di pagamento che erano parte della vita quotidiana. In parallelo ci sono le sanzioni – limitazioni ai depositi, in alcuni Paesi sequestro delle proprietà compresi immobili, yacht e auto di lusso – nei confronti degli oligarchi. “Stiamo distruggendo il loro stile di vita degli oligarchi: possono anche avere grandi ricchezze all’estero ma non vi hanno accesso, le carte di credito non funzionano, sono fuori dai social, vedono la loro squadra nazionale esclusa dagli eventi sportivi”, commenta Altomonte. “A Mosca nei giorni scorsi circolava una battuta: ‘Attento a non far cadere l’iPhone, potrebbe essere l’ultimo a disposizione’. C’è poi da considerare che le loro fortune sono molto compenetrate con la macchina statale: il 70% degli asset oggi sono dello Stato. A un certo punto si chiederanno se è nel loro interesse continuare sostenere questo regime o, nella logica del do ut des, conviene favorire un cambio di leadership. Non sarebbe il primo esempio di un cambio di governo non democratico, pensiamo a Krusciov“. Che, va ricordato, fu deposto dopo l’accusa di errori politici nella gestione della crisi dei missili di Cuba, quando – dopo il fallito tentativo Usa di rovesciare Castro – aveva accettato di piazzare missili nucleari sull’isola. Uno dei pochi precedenti di attivazione del sistema di deterrenza nucleare.

Di converso, l’Europa sta continuando ad acquistare e pagare il gas e il petrolio russo. “Lasciando aperto quel canale si evita di togliere Mosca tutto l’ossigeno, cosa molto rischiosa perché un leader autocratico potrebbe reagire in modo inconsulto. Di sicuro a mali estremi si potrebbe bloccare anche questo. Considerando che il vero finanziamento in valuta arriva dall’esportazione di petrolio, che frutta oltre 100 miliardi di dollari, basterebbe mettere un veto alle compagnie di assicurazione che assicurano le grandi navi petroliere“. Certo dire basta all’importazione di gas russo sarebbe un problema per l’Italia, ma il governo Draghi ha già fatto sapere che si sta lavorando “per ogni evenienza”, dall’aumento degli acquisti da altri Paesi alla riattivazione delle centrali a carbone. “Fino a luglio comunque non avremo problemi e con il supporto Ue si può arrivare al prossimo inverno. Ovviamente si pone un tema di prezzi e di impatto sulle famiglie e sulla crescita”, prevede il docente. “Per affrontare le conseguenze sarà necessario spendere, cosa che fa prevedere un rinvio della revisione del Patto di stabilità e una normalizzazione della politica monetaria molto più lenta rispetto a quanto previsto finora”.

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