L’Europa è zeppa di Repubbliche di Lugansk e di Donetsk: quando nascono, tengono spesso mezzo mondo col fiato sospeso, per i rischi di guerra che le loro proclamazioni comportano. Ma poi le si dimentica e loro navigano nel limbo dell’altrui indifferenza e dello ‘stato di fatto’, godendo di un comfort garantito dalla Madre Patria. Che sovente – ma non sempre – è la Russia.

In genere, sono figlie dell’irrisolto conflitto tra due principi: il rispetto dei confini e il diritto all’autodeterminazione dei popoli. L’uno o l’altro prevalgono non in base a dati di fatto oggettivi, ma in base a considerazioni geo-politiche o a situazioni contingenti, di comodo o d’interesse. Esempio, nel dissolvimento della Jugoslavia, negli Anni Novanta, tutti avevano diritto di staccarsi dalla Serbia, ma i serbi maggioranza in una regione di un’altra repubblica non avevano mai diritto di ricongiungersi alla loro Madre Patria.

Alcune di queste repubbliche secessioniste vanno a buon fine, o quasi. Una sola, ad essere sinceri: il Kosovo, che nel 2008 proclamò la sua indipendenza dalla Serbia, sia pure ad oggi non ancora riconosciuta neppure da tutti i Paesi dell’Ue – alla fine del 2021, 98 Stati Onu lo avevano riconosciuto, poco più della metà del totale.

Contestata dalla Serbia, di cui faceva parte, la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo non ha violato, secondo una sentenza della Corte di Giustizia dell’Aia, il diritto internazionale, ma il parere della Corte non s’estende agli effetti della dichiarazione, cioè all’acquisizione, o meno, della qualità di Stato a tutti gli effetti.

Episodi folkloristici a parte, la prima repubblica autoproclamata dell’Europa post Seconda Guerra Mondiale è Cipro del Nord, ufficialmente Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta soltanto dalla Turchia, che si estende nelle zone di Cipro occupate e controllate dall’esercito turco dopo l’invasione dell’isola nel 1974. La sua esistenza, proclamata nel 1983, non ha impedito a Cipro di negoziare e perfezionare nel 2004 l’adesione all’Ue. Falliti i negoziati per la riunificazione dell’isola, Cipro resta spaccata, anche se il clima di convivenza fra le due comunità è molto migliorato.

Dentro la Moldavia, c’è la Transnistria, Stato de facto indipendente, ma considerato de iure parte della Moldavia: è governato da un’amministrazione autonoma con sede nella capitale Tiraspol.

La regione dichiarò unilateralmente l’indipendenza nel 1990, prima dello scioglimento dell’Urss e dell’indipendenza della Moldavia. Dal marzo al luglio 1992 l’area è stata teatro di una guerra terminata con un cessaate-il-fuoco garantito da una commissione congiunta tripartita tra Russia, Moldavia e Transnistria, con la creazione di una zona demilitarizzata posta a cavallo del Dnestr.

Nel 2014, la Transnistria ha chiesto l’adesione alla Russia, dopo la secessione della Crimea dall’Ucraina e la sua integrazione nella Federazione Russa. Tra Moldavia e Transnistria c’è un regolare confine e, in Transnistria, si parla russo e si paga in rubli. Il che non impedisce allo Sheriff, la squadra di calcio di Tiraspol, che pare una città sovietica degli Anni Ottanta, di disputare e vincere il campionato moldavo e di arrivare in Champions, mettendo i brividi all’Inter.

Poi ci sono, frutto della guerra di Georgia del 2008, l’Abkazia e l’Ossezia del Sud, territori rivendicati dalla Georgia nel cui confini erano inseriti all’epoca dell’Urss, ma proclamatisi indipendenti, con l’appoggio della Russia, di cui sono considerati ‘Stati fantoccio’ – finirà così per le repubbliche di Lugansk e di Donetsk. La capitale dell’Abkazia è Sukhumi, quella dell’Ossezia Tskhinvali (già Staliniri). La loro nascita, con i carri russi in azione, creò allarme ed emozione. Oggi, chi le ricorda più?

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