Due ore e mezza di concerto. Gianni Morandi è tornato. Dopo il Festival di Sanremo. Dopo due anni di pandemia che ha chiuso i teatri e rimandato ogni concerto o spettacolo possibile. Only the strong survive, si diceva dalle parti di Memphis. E Gianni, 78 anni portati con una leggerezza quasi sconcertante, torna a guizzare sul palco del Teatro Duse di Bologna con Stasera gioco in casa. Il concerto ripetuto solo nel capoluogo emiliano con una trentina di date – se ne aggiungono pare altre a marzo e aprile – in forma di show colloquiale dove Morandi canta due tre brani, poi si intrattiene con il pubblico con qualche aneddoto, poi ancora canzoni. E che lo scriviamo a fare? Mille posti seduti, con mascherina e supercontrollo per i video pirata che nemmeno per le anteprime di 007, ed il teatro è sold out. Gian Luigi Morandi da Monghidoro che calca il palco teatrale per la prima volta proprio sulle assi del Duse nei primissimi anni sessanta canta e si racconta bambino e adulto, padre e marito, icona pop da Cantagiro e autore un tantino più sofisticato. Canzoni stonate è la prima hit della serata, con tanto di imitazione di Mogol, che la scrisse, e il suggerimento geniale di Rapetti al telefono con Morandi nei primi anni ottanta mentre gli dice: via i successi degli anni sessanta, mettiti a fare il crooner. Chitarra a tracolla, manona sinistra per gli accordi, e quella destra privata del tutore post incidente pochi minuti dopo essere salito sul palco, Morandi parte come un diesel, accenna al passato con il fare vellutato di un sommelier che attinge dalle botti migliori (La Chimera e Se perdo anche te) poi torna a diversi a brani di album più recenti. C’è Vita da quel DallaMorandi del 1988 che, dopo il pungolo Mogol, fece tornare Morandi a livelli altissimi nel mondo musicale italiano, ma anche Chiedi chi erano i Beatles? degli Stadio. Stasera gioco in casa però non è un vero e proprio live tradizionale, ma è qualcosina di più ruspante e diretto. Il divanetto, la scrivania, il pianoforte e la lampadona vintage non stanno sul palco così giusto per abbellire. Morandi fa vivere l’angolo appartamento occupandolo a larghe falcate, trasmettendo la dimestichezza di un salotto casalingo. Complici i musicisti Alessandro Magri al pianoforte ed Elia Garutti a chitarra e mandolino, che entrano ed escono lasciando spesso Morandi in solitaria, lo show svisa con Elvis e le melodie napoletane, con l’accenno di qualche incisione più scarsina – Morandi vis a vis dice scherzosamente 250 su 600 – per poi chiudere la prima parte con C’era un ragazzo e riaprire dopo la pausa con Un mondo d’amore. Il Morandi mood è pronto. Dopo un’ora e dieci di spettacolo gioca in casa sul serio. Gli spalti sono l’affetto della serata. Come se calassero i drappi rossi scuri petroniani dai palazzi medioevali. Parte Apri tutte le porte, il brano di Sanremo, che mille persone sanno già a memoria come dinanzi ai Queen e poi l’omaggio a Lucio Dalla (Piazza Grande, Futura e Caruso). Lacrime. L’aneddoto dell’alano Sultan piazzato a casa Morandi nel 1972 mentre Dalla va a Parigi, e la domanda a Lucio ‘cosa vuoi fare da grande?’, e lui ‘voglio essere un cane per pisciare dove voglio’, evocano tutto ciò che questo giocoso e mai nostalgico live si permette di dire al pubblico: nella vostra città c’è un pezzo enorme di storia della musica popolare italiana. A quel punto si sale sul “pullman del mare” e si cantano i grandi successi (La fisarmonica, Fatti mandare dalla mamma, Andavo a cento all’ora), poi il bagno di folla con Bella signora, dove il “crooner” di Monghidoro, mentre gira tra le poltroncine in fibrillazione della platea, deve pure fornirsi di qualche bodyguard perché tutte, femminile plurale of course, vogliono toccarlo compresa la manona arsa dal rogo della sterpaglie assassine. Morandi live che gioca in casa, finge anche di accasciarsi dopo un acuto, o meglio di una vocale prolungata sullo stesso tono, con il chitarrista che va a vedere che succede. Tutto previsto. La gag del moribondo sul palco. Inesauribile. Indistruttibile. Morandi eterno. Ultima certezza melodica in mezzo alla trasformazione del panorama musicale italiano

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