Chi arriva al triage del San Carlo s’imbatte in riflessi dorati di coperte termiche appese al soffitto. Le hanno montate gli operatori sanitari, a mo’ di cappotto artigianale, per proteggersi dal freddo. Sotto ripari di fortuna, destinati a stabilizzare i feriti, la notte s’avvolgono anche gli infermieri che valutano i pazienti in arrivo al Pronto Soccorso. Ma la temperatura è forse il minore dei loro problemi: in quelle stesse corsie al piano terra, infatti, è sepolta una storia che brucia dentro da oltre un anno, quella di medici ridotti allo stremo poi costretti a cambiare lavoro e di pazienti che hanno atteso inutilmente un ricovero anche per 139 ore, e sono morti. Di cartelle cliniche risultate poi “prive di annotazioni infermieristiche” anche per 46 ore di fila. Neppure il decesso, a volte, veniva registrato, poco era il tempo a disposizione per tre medici d’urgenza alle prese con 80 pazienti alla volta.

Questo, accadeva nell’area emergenza-urgenza dell’ospedale San Carlo di Milano, il secondo pronto soccorso della città che collassò, letteralmente, davanti alla pressione della seconda, micidiale, ondata del virus. Tra ottobre e novembre 2020 in quel reparto d’emergenza-urgenza succede di tutto: i sindacati entrano in stato di agitazione, salgono sul tetto dell’ospedale, i camici scrivono una durissima lettera alla direzione – la “lettera dei 50” – nella quale mettono nero su bianco quel che non si potrebbe scrivere: la mancanza di risorse e organizzazione li costringeva a “operare scelte di accesso alle cure che non sono né clinicamente né eticamente tollerabili” e trovarsi “forzati a dilazionare l’accesso a terapie e tecniche potenzialmente curative e non poter trattare tempestivamente, con adeguata assistenza e in ambiente appropriato tutti i pazienti che ne potrebbero beneficiare”.

Problema, purtroppo, ancora attuale: alla quarta ondata le attese per un posto letto al San Carlo arrivano a cinque-sei giorni, in un caso addirittura undici. La direzione regionale Welfare in quel dipartimento rileva ancora oggi un persistente fenomeno di “boarding”, cioè di accumulo di pazienti che hanno completato il percorso assistenziale ma sono in attesa di posti letto e raccomanda il differimento dell’attività di ricovero. A ben vedere lo stesso accade, stando ai dati dell’Agenzia regionale dell’emergenza-urgenza, anche al Fatebenefratelli, al Sacco, agli ospedali di Como e Varese. Ma nessuno, guarda caso, protesta più. Nessuno, o quasi, parla.

La lezione del San Carlo, si può dire, ha fatto scuola. Le criticità erano esplose lì prima e più forte che altrove per un motivo: perché il polo milanese dei Santi non ha pazienti d’elezione e tradizionalmente accetta tutte le chiamate del 118, e anche col Covid ha funzionato come una grande porta aperta al soccorso della città, finché la pressione lo fa implodere. Il tracollo avviene nel periodo ottobre-novembre 2020 e diventa di dominio pubblico dopo un articolo del fattoquotidiano.it che dà notizia della lettera dei medici.

Seguono polemiche furibonde, interrogazioni in Regione, s’interessa il ministero della Salute. La direzione dell’ospedale ridimensiona l’allarme, ventila provvedimenti disciplinari a raffica contro i firmatari, nonché esposti in Procura contro i medici di cui non si ha più notizia. L’atteggiamento punitivo assunto contro i camici li ha fatti fuggire: dei 24 medici di PS che firmarono la lettera 16 hanno preferito cambiare posto di lavoro, così come molti infermieri. Stesso destino per il primario Francesca Cortellaro, sottoposta a due provvedimenti disciplinari, cui la direzione toglie il dipartimento. Per le sue competenze uscita di lì viene presa al volo dall’agenzia regionale dell’emergenza (Areu). Riceverà anche l’Ambrogino dal Comune di Milano, proprio per come ha gestito il PS nell’emergenza. E tuttavia non sarà mai reintegrata.

Il 20 novembre la direzione ospedaliera promette chiarezza su quanto accaduto e annuncia un audit interno sulle cartelle cliniche dei deceduti. Dopo un anno e mezzo, però, non se ne sa nulla. Il professor Luigi Beretta, primario di rianimazione al San Raffaele, ha presieduto la commissione appositamente nominata. Al fattoquotidiano.it conferma di aver concluso i lavori oltre sette mesi fa e di averla trasmessa il 20 maggio 2020 alla direzione strategica dell’Asst; la quale conferma di averla a sua volta inoltrata subito via pec alla Dg Welfare di Regione Lombardia, dove è rimasta fino a oggi, in barba agli impegni assunti pubblicamente in consiglio regionale. Neppure a richiesta, l’Asst fornisce notizie sull’esito, fosse anche un verbale conclusivo.

L’audit strombazzato fino ad oggi è rimasto dunque in un cassetto. Il Fatto ha potuto leggere almeno le contestazioni dei commissari e le controdeduzioni fornite dal primario. Dai documenti sembra che la verifica non abbia neppure sfiorato le scelte organizzative e gestionali della direzione (che ha nominato i commissari), e che ben potevano stare a monte delle difficoltà dei sanitari. Pare tuta concentrata, ancora una volta, sull’operato dei medici, per scovare ritardi, errori o omissioni, sostanziali o formali che fossero. Dalle cartelle cliniche dei deceduti emergono così 12 “atipicità”: un paziente rimasto in PS 139 ore che muore per interruzione delle cure “senza che abbia ricevuto una visita pneumologica”; quello rimasto 96 ore “senza che venisse registrata la frequenza respiratoria”; quello di 83 anni che resta 76 ore con un periodo di “assenza di annotazioni mediche per due giorni”. Un donna di 89 anni passa 31 ore in Ps, “posizionata in corridoio per assenza di un posto letto”. Un 74enne resta 86 ore al piano terra, nel verbale si legge: “ritardo di circa 6 ore nell’arrivo del rianimatore rispetto alla chiamata del medico di PS; lungo periodo di sedazione; non risulta annotazione con la constatazione medica del decesso” (sarà riportata poi nel verbale in diagnosi, non nel diario). E’ l’inferno che i medici avevano visto arrivare, contro il quale cercarono la sponda della direzione, incontrandone invece la resistenza.

Tutti episodi, risponde il primario, che vanno contestualizzati alla luce dei dati degli accessi e delle forze in campo. Nel periodo ottobre-novembre 2020, a seguito della riorganizzazione in chiave pandemica, il San Carlo aveva massimo 44 postazioni ma nel pronto soccorso venivano accolti 5.162 pazienti. I covid contemporaneamente presenti superavano i 60 al giorno, cui si aggiungevano quelli non-Covid, “con picchi fino a 80 pazienti già alle otto del mattino”.

Le risorse per farvi fronte? Per 70-80 pazienti in turno c’erano soltanto 3 medici del pronto soccorso, uno per l’osservazione breve intensiva, due medici di reparto e uno specializzando di notte. “Il che – scrive Cortellaro – si traduce in un carico minimo per ciascun medico di 20 pazienti, dei quali almeno cinque critici in assistenza respiratoria con Cpap”. L’ex primario riepiloga studi e analisi che in letteratura dimostrano l’impatto dell’attesa di un ricovero sulla mortalità e morbilità (3% in più ogni ora trascorsa in Ps), insieme agli effetti collaterali del sovraffollamento e dell’eccessivo carico di lavoro: ritardi nelle cure, errori medici e di somministrazione di farmaci, eventi cardiovascolari avversi, infezioni. Alla fine, chiama in causa la direzione.

Scrive che a un anno dall’inizio della pandemia, cioè fino al 7 gennaio 2021, non era stata formalmente istituita presso l’Asst un’Unità di Crisi “necessaria a garantire un efficace governo e monitoraggio dell’andamento della pandemia, funzionale a mantenere viva una regolare discussione collegiale sulle azioni da intraprendere per rispondere al massiccio afflusso di pazienti Covid”. Nelle conclusioni, la frase che torna come un j’accuse: “Di fatto, la richiesta di una forte azione di coordinamento clinico ed organizzativo, attraverso precise, condivise e tempestive azioni di analisi dei rischi ed individuazione dinamica di azioni di miglioramento per la gestione dell’emergenza COVID19 non è stata prontamente accolta dalla Direzione, in vista della seconda ondata di ottobre-novembre”. E forse, dicono i medici rimasti, neppure della terza e quarta.

A detta dei medici i problemi messi sotto il tappeto riaffiorano oggi, seppur con diversa intensità. Al pronto soccorso molti pazienti restano “parcheggiati” da cinque-sei giorni, un positivo ha atteso un ricovero per dodici. I problemi di organico sono peggiorati. Tra i due poli, San Paolo e Carlo, oltre 150 tra medici e infermieri sono risultati positivi e le loro assenze si sommano al vuoto dei tanti che – per il clima di tensione fomentato dalla direzione – nell’ultimo anno si sono dimessi per cercare altrove la serenità che lì avevano perso. Anche a causa di queste defezioni, proprio nell’area dell’emergenza, a inizio gennaio sono emersi 36 turni di guardia scoperti, circostanza che ha portato a rivedere l’attività operatoria spostando i chirurghi nei reparti Covid e nelle medicine, e i medici a coprire le guardie.

Anche le condizioni di lavoro al piano terra dell’ospedale non sono poi migliorate: alcune foto che pubblichiamo mostrano infermieri all’accettazione costretti a ripararsi dal freddo utilizzando le coperte termiche che sarebbero destinate a stabilizzare i pazienti, a fronte di lavori appena realizzati di sistemazione di parte del triage.

Ma a pesare di più resta il clima pesante innescato da quella vicenda, racconta uno dei sanitari rimasti. “I vuoti d’organico vengono riempiti pescando dal San Paolo medici di altre aree come la chirurgia. La notte la facciamo in due per tutta l’area medica e un chirurgo responsabile che non è sempre lì, così come ortopedico e psichiatra che ci sono ma random”. Risultato: “Chi viene qui trova un Ps sempre intasato di gente, con un ospedale che non riesce ad assorbire tutti i ricoveri necessari, con reparti che vengono convertiti Covid più tardi di quanto sarebbe necessario per noi, intasando anche i ricoveri ordinari. Le lunghe permanenze? Erano una drammatica normalità nella prima e seconda ondata, quando non si sapeva cosa aspettarsi, che lo siano alla quarta è incomprensibile”.

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