Le sostanze Pfas sono un problema nazionale e vanno affrontate con una legge che ne vieti la diffusione nell’ambiente. Le situazioni più critiche sul fronte di questo gravissimo inquinamento industriale si trovano in Veneto e in Piemonte, in particolare in tre province del Nordest con decine di migliaia di persone che per qualche decennio hanno assunto le sostanze perfluoroalchiliche attraverso l’acqua. Giocoforza, le due Regioni hanno dovuto affrontare la questione e sono state le uniche in Italia a farlo. È allarmante la relazione approvata dalla Commissione d’inchiesta sulle Ecomafie sulla diffusione dei Pfas in Italia.

Il presidente Stefano Vignaroli (M5s) spiega: “Il problema è nazionale e interessa tutti. E’ necessario che lo Stato fissi dei limiti sulle matrici ambientali. C’è l’esigenza di una regolamentazione uniforme su tutto il territorio nazionale, che consideri i limiti suggeriti dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Ispra. Il ministro Cingolani ponga la questione Pfas al centro della sua agenda politica”. I punti critici? “Desta grave preoccupazione non solo la vicenda veneta, ma anche l’autorizzazione data dalla provincia di Alessandria alla Solvay per uno scarico con limiti esageratamente permissivi. Non si può tutelare semplicemente una multinazionale a discapito del rischio salute per i cittadini”. Alla relazione hanno contribuito, come relatori, la deputata Chiara Braga del Pd e l’onorevole Alberto Zolezzi del M5s.

Causa alla Mitsubishi
La relazione ricostruisce i passaggi dell’azienda Miteni di Trissino, principale fonte dell’inquinamento in Veneto dal gruppo Marzotto alla coppia Mitsubishi-Enichem (1989), poi ai soli giapponesi, quindi a International Chemical Investors (2009). La Commissione rivela: “Ici nel 2018 ha avviato un procedimento arbitrale internazionale lamentando il fatto che, a suo dire, al momento della vendita delle azioni di Miteni, Mitsubishi avrebbe celato all’acquirente dati ed informazioni riguardanti le criticità ambientali emerse successivamente”. Nel processo penale in corso a Vicenza sono stati citati i manager di diverse proprietà, mentre la provincia di Vicenza nel 2020 ha ordinato anche a Mitsubishi ed Eni Rewind “di partecipare alle attività e agli interventi di bonifica del sito, in quanto società che hanno avuto un controllo azionario della società Miteni in un certo periodo di tempo”.

L’inquinamento continua
Secondo la relazione è una bonifica complessa (e in ritardo) quella in corso alla Miteni di Trissino. “L’inquinamento nel tempo non è scomparso, ma sta diminuendo in maniera molto blanda e molto lentamente” perché “le barriere da sole non sono sufficienti a fermarlo, pur fornendo un importante contributo”. Anzi le analisi sono altalenanti: “Sembra che improvvisamente l’inquinamento stia diminuendo, viceversa, di nuovo vengono rinvenuti dei picchi di Pfas e così via”.

Lo stabilimento Solvay di Spinetta Marengo
La seconda produttrice di Pfas è la Solvay Specialty Polymers Italy di Spinetta Marengo, frazione di Alessandria. Nel 2020 la Cassazione ha confermato la condanna dei dirigenti per disastro ambientale, ma legato ad altre sostanze. Ora un nuovo procedimento penale è aperto per verificare “lo stato e la tenuta degli impianti dello stabilimento (circa 50 km di tubazioni), nonché la tenuta della barriera idraulica predisposta dalla Solvay per depurare le acque di falda”. “Allo stato attuale – scrive la commissione – risulta che è stato autorizzato l’aumento della produzione di cC6O4 da 40 a 60 tonnellate/anno, nonostante che sia stata riscontrata la presenza di questo Pfas in un pozzo di acqua potabile del comune di Montecastello, distante circa 10 km dallo stabilimento”. Conclusione: “La situazione della contaminazione ambientale è preoccupante: è accertata la contaminazione della falda e delle acque del fiume Bormida con i Pfas provenienti dallo stabilimento Solvay, ma non risulta ad oggi nessun progetto per realizzare efficaci impianti di trattamento per la riduzione dei Pfas presenti nelle acque reflue, né di implementazione dell’efficacia della barriera idraulica”.

Il caso italiano
“I casi più gravi sono localizzati nelle regioni Veneto e Piemonte, ma la Commissione ha accertato che la diffusione dei Pfas si riscontra in tutto il territorio nazionale e, in particolare, nelle Regioni del Nord e nel bacino del Po, tenuto conto della molteplicità delle attività produttive in cui vengono impiegate le sostanze”. Le Arpa di Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Lazio controllano però solo dal 2017 e solo per una parte “dei dodici Pfas che normalmente sono presenti nelle matrici ambientali”. Inoltre, “nessuna delle Arpa regionali ha ricercato nelle acque i cC6O4, ad eccezione di quelle del Veneto e del Piemonte”.

In Veneto danni enormi
L’elencazione delle malattie causate dai Pfas è lunghissima. E parte dal Veneto. “C’è necessità di più ricerche sull’argomento e il Veneto rappresenterebbe proprio una popolazione ideale in cui queste ricerche potrebbero essere condotte (circa 150mila maschi esposti in fase embrionale nell’utero materno ad alti livelli di Pfoa per diversi decenni). Nella Regione Veneto l’eventuale danno probabilmente si è già verificato o potrebbe essere ancora in corso, se si considera che il tumore del testicolo possa verificarsi nei giovani di 15-30 anni, a seguito di un’esposizione in utero”. Il Veneto, perché più colpito, ha svolto alcuni studi. “Molto interessante e molto preoccupante è l’indagine epidemiologica condotta sulla popolazione residente nella Zona Rossa (21 Comuni, ndr). Si rileva un eccesso statisticamente significativo di mortalità per cardiopatie ischemiche (uomini +17%, donne +14%), malattie cerebrovascolari (uomini +21%, donne +11%), e, limitatamente al sesso femminile, per diabete (+23%) e Alzheimer/demenza (+16%). Inoltre, un eccesso statisticamente significativo di prevalenza per ipertensione, diabete mellito, malattie cerebrovascolari, ipotiroidismo e dislipidemia. A tutto ciò si aggiunge un eccesso di rischio per diabete gravidico, neonati con peso basso per età gestazionale, difetti congeniti del cuore e anomalie congenite del sistema nervoso. Eugenia Dogliotti, direttrice del Dipartimento ambiente e salute dell’Iss, ha riferito che “non è mai partito lo studio di coorte residenziale”, deliberato dalla Regione Veneto nel 2016.

“Fissare dei limiti”
La relazione dà atto che “solo la Regione Veneto, ha fissato sui Pfas, su indicazione dell’Iss, alcuni limiti, consentendo almeno, di intervenire per la protezione della salute della popolazione più a rischio. Ma i limiti sono incompleti, poiché non riguardano tutte le matrici ambientali e non contemplano tutti i Pfas, come i più recenti Gen-X e il cC6O4”. La carenza è generale: “Mancano su tutto il territorio italiano limiti ambientali nelle acque di scarico, nelle acque sotterranee e nei terreni per tutti i Pfas. Ciò non consente alle autorità competenti di intervenire per imporre i provvedimenti necessari di bonifica e alla magistratura di contestare i reati connessi con la contaminazione delle matrici ambientali”. Conclusione: “E’ necessario fissare limiti completi e nazionali, con legge dello Stato, in base al principio di precauzione, che prevede limiti più restrittivi per la tutela ambientale, rispetto a quelli per la tutela della salute”. In base a un documento di Ispra, secondo i commissari, “i limiti da fissare per i Pfas presenti negli scarichi delle acque reflue devono corrispondere a zero, cioè, le sostanze devono essere vietate, proprio perché i Pfas sono sostanze pericolosissime e anche piccole quantità scaricate si accumulano nell’ambiente”.

Regioni a confronto
La relazione dà atto al Veneto di aver posto dei limiti, “ma solo per le acque potabili (limiti sanitari), mentre sui limiti ambientali ha normato solo quelli per le acque di scarico”. Invece, “la Regione Piemonte, pur trovandosi in una situazione di criticità analoga, per la presenza del sito Solvay, si è completamente disinteressata del problema, lasciando da sola la Provincia di Alessandria”. Queste osservazioni hanno indotto l’assessore veneto Gianpaolo Bottacin a dichiarare: “Ora, finalmente, si mette in evidenza non solo che il Veneto non è l’unica regione ad essere stata colpita dalle sostanze perfluroalchiliche, ma che è stata l’unica ad essersi mossa per prima per arginare il problema”.

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