Moda e Stile

Salvatore Ferragamo, la storia del “Calzolaio dei Sogni” che faceva le scarpe per vip e potenti. La figlia Giovanna: “Così le creava, anche con le carte di caramelle o la lenza da pesca”

Una fiaba moderna ma assolutamente reale e concreta, questa è la storia di Salvatore Ferragamo, il fondatore della casa di moda che ancora oggi porta il suo nome. Noi di FqMagazine abbiamo voluto provare ad andare "al di là" dei dati di cronaca, attingendo dalla memoria della figlia Giovanna, sua secondogenita, e dall'esperienza di Stefania Ricci, direttrice del museo Salvatore Ferragamo. Le abbiamo incontrate in una gelida giornata di sole dicembrino a Palazzo Spini Feroni a Firenze, il quaertier generale che il fondatore scelse per la sua azienda

di Ilaria Mauri

Questa che vi stiamo per raccontare è una favola di Natale molto particolare. È la storia del “calzolaio dei sogni” che creava scarpe incredibili, di ogni foggia e colore, per i piedi di star del cinema e potenti. Di un bambino che ha sentito la vocazione per un mestiere antico e, a nove anni, ha realizzato da solo in una notte un paio di scarpe per la Comunione della sorellina; e che crescendo si è dedicato anima e corpo all’arte del ciabattino, alimentando questa passione con impegno e dedizione, fino a raggiungere il successo e gettare le basi di un impero. Una fiaba moderna ma assolutamente reale e concreta, questa è la storia di Salvatore Ferragamo, il fondatore della casa di moda che ancora oggi porta il suo nome. È stato lui stesso a mettere nero su bianco la sua vita in un’autobiografia, la stessa che ha ispirato il regista premio Oscar Luca Guadagnino a fare un docufilm presentato lo scorso settembre fuori concorso alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia. Un progetto corale, che raccoglie voci, testimonianze e ricordi che delineano a tutto tondo il ritratto di questo personaggio poliedrico, un’icona della moda italiana nel mondo, un creativo con un’attenzione costante per la tecnica, che ha sempre messo al centro la famiglia e i legami.

Questa storia inizia il 5 giugno del 1898 a Bonito, un paesino sperduto in Irpinia: Salvatore Ferragamo è l’undicesimo di 14 fratelli. Fin da subito si sente attratto dalla bottega del calzolaio del paese: i suoi amici giocano in piazza, lui invece sta ore e ore a guardare ammirato quell’uomo che fa le scarpe. Qualcosa dentro di lui gli dice che è quella la sua strada. Questa certezza gli deriva dal fatto di percepire senza alcun dubbio che questo sapere antico è già annidato nella sua memoria, tra il ricordo di vite precedenti, degli insegnamenti di altri calzolai o ciabattini. D’altra parte, quella di creare scarpe è un’arte la cui aura fascinatoria ha dato origine in tutte le culture del mondo a molteplici leggende, alcune notissime, altre meno, ma nelle quali le scarpe conservano sempre poteri misteriosi, sono artefici di metamorfosi, benefici o malefici, esorcismi e poteri augurali. Gli ingredienti per fare di questa vicenda una favola o una leggenda popolare ci sono ma tutti i fatti in questione sono assolutamente accaduti realmente; come diceva Italo Calvino, non c’è miglior fiaba che “il farsi d’un destino”.

“Questo è il lavoro di tutta la mia vita: imparare a fare scarpe perfette, rifiutando di mettere il mio nome su quelle che non lo sono. Quindi, per favore, al di là della storia del ragazzino scalzo e ignorante che è diventato un celebre calzolaio, concentrate la vostra attenzione sul piacere che deriva dal camminare bene”, ha scritto Salvatore Ferragamo nella prefazione dalla sua autobiografia. Ecco, noi di FqMagazine abbiamo voluto provare ad andare proprio “al di là” dei dati di cronaca, attingendo dalla memoria della figlia Giovanna, sua secondogenita, e dall’esperienza di Stefania Ricci, direttrice del museo Salvatore Ferragamo. Le abbiamo incontrate in una gelida giornata di sole dicembrino a Palazzo Spini Feroni a Firenze, il quaertier generale che il fondatore scelse per la sua azienda. “La prima immagine che mi viene in mente quando ripenso a mio padre è di lui sempre sorridente. Emanava una forte positività, anche nei tanti momenti difficili che ha passato era sempre ottimista: diceva che le preoccupazioni le lasciava nel tragitto dall’ufficio a casa, così da non riversare i suoi pensieri e le preoccupazioni sulla famiglia”, inizia a raccontare Giovanna Ferragamo, seduta a un tavolo, circondata dai superbi affreschi che decorano le pareti di Palazzo Feroni. Suo padre sosteneva che lavorare circondati dalla bellezza fosse di stimolo per creare altrettanta bellezza e non potremmo essere più d’accordo. “Ci affascinava piuttosto con i suoi racconti su tutti i personaggi famosi che venivano apposta a trovarlo a Firenze per farsi fare le scarpe su misura da lui, divertendoci con aneddoti sulle loro richieste particolari – riprende la signora Ferragamo -. Era un padre dolce e severo allo stesso tempo, teneva moltissimo all’educazione e ci ha sempre insegnato in primis ad avere un grande rispetto per tutti”.

“Era anche un uomo molto coraggioso e determinato, non si lasciava scoraggiare facilmente. E nemmeno abbattere dalle difficoltà. Era dignitoso, con uno spiccato senso degli affari e attento a smarcarsi dai pregiudizi che già all’epoca accompagnavano gli italiani, soprattutto del Sud. Questi aspetti del suo carattere emergono chiaramente dalla fitta corrispondenza epistolare che intratteneva con il suocero. Si scrivevano un giorno sì e uno no e lui lo chiamava ‘papà’”, chiosa la dottoressa Ricci. Pur non avendolo mai incontrato, conosce tutto del signor Ferragamo grazie ai numerosi studi e alle costanti ricerche che porta avanti. “Lui aveva una bellissima voce e parlava un inglese perfetto ma si diceva che non fosse altrettanto bravo con l’italiano. E invece no, anzi. Nonostante non abbia avuto modo di studiare, era un uomo profondamente colto. Dalle sue lettere traspare una proprietà di linguaggio e una competenza grammaticale incredibili, oltre ad una scrittura bellissima. Ciò traspare anche dalla sua autobiografia, che è a metà tra la verità e il ricordo di quella verità, quello che lui ha voluto ricordare della sua storia”, ci spiega Stefania Ricci. Di certo c’è che Salvatore Ferragamo è stato davvero un visionario, un genio creativo, precursore dei tempi (oggi lo definirebbero “trend setter” o “influencer”).

La sua creatività, la sperimentazione sui materiali, la capacità taumaturgica di sanare i piedi attraverso le scarpe, di modellare, di cucire, di incollare con maestria erano un flusso continuo che scorreva dalla mente alle mani attraverso il cuore, superando i pericoli, le difficoltà, gli ostacoli, una guerra.”Avevo 17 anni quando mio padre è mancato, quindi rispetto ai miei fratelli ho avuto la fortuna di crescere con lui, di stargli vicino e di essere instradata da lui in quello che è stato poi il mio lavoro di stilista”, riprende Giovanna Ferragamo. “Indirettamente, ci ha sempre coinvolte nel suo lavoro. Abitando fuori città, sulla collina di Fiesole, io e i miei fratelli facevamo spesso base qui, a Palazzo Feroni, dove aspettavamo che lui finisse per tornare insieme a casa, dopo la scuola. Ecco, quei momenti sono i ricordi più belli che ho: venivo qui nel suo ufficio a fine giornata, quando lui era meno disturbato da telefonate e pratiche, e si dedicava completamente alla creazione di nuovi modelli. Io sedevo in un angolino e, mi sembra ancora di vederlo alla sua scrivania, con un cestino pieno di scampoli di pelle, guarnizioni di tutti i tipi, svariati materiali; intento a creare appoggiando questi pezzettini direttamente sulla forma in legno. Rarissimamente disegnava, lui non usava fare schizzi sui fogli di carta, al massimo prendeva un lapis e disegnava sulla forma. Plasmava il modello già sul calco di legno perché, ci spiegava, solo così era sicuro di poter rispettare la calzata giusta per quel piede. Combinava così il design alla funzionalità della scarpa senza che questa rischiasse di interferire con l’anatomia del piede. E io stavo lì, muta, a guardarlo per ore, tutto concentrato. Poi con mia sorella tornavamo a casa con i ritagli di questi materiali affascinanti che per noi all’epoca erano solo un gioco. Escludeva sempre il banale, aveva una voglia costante di sorprendere e infatti ha osato tantissimo, riuscendo a non cadere mai nel cattivo gusto. Ricordo, ad esempio, quando ha inventato una scarpa partendo dalla carta di una caramella che aveva mangiato la sua mamma e gli era capitata per caso tra le mani. O ancora, quella ‘invisibile’, con la lenza che vedeva usare ai pescatori lungo l’Arno”.

Ma è stato anche un precursore del marketing, anzi, di quello che oggi chiamiamo “influencer marketing”: “Ha saputo sfruttare la sua fama e le sue conoscenze nel mondo del cinema per farsi pubblicità, alimentandola con attività promozionali oltre che con il passaparola tra le attrici”, sottolinea quindi Stefania Ricci. “Pensiamo a tutte le sue foto con le dive come Greta Garbo o Marilyn Monroe, al clamore che suscitava il via vai di personalità qui a Palazzo Feroni (un luogo da lui scelto tutt’altro che casualmente) – dai reali di Inghilterra e di tutta Europa ai Savoia e Soraya – o anche solo al concorso per il “piede più bello” che ideò con il regista Cecil DeMille nei primissimi anni ’20”. “Assistere ai suoi incontri con le celebrità era un premio che io e mia sorella Fiamma dovevamo guadagnarci con una serie di buoni voti a scuola”, rammenta Giovanna Ferragamo. “Ricordo quando a 12-13 anni incontrammo Audrey Hepbourn: ci fu permesso di salutarla e conoscerla, all’epoca era la diva del momento, fu un’emozione unica. Lui aveva con tante di queste star un rapporto di vera amicizia e quindi poi loro venivano a cena a casa nostra, con mamma”.

Ovvero la signora Wanda Miletti in Ferragamo: la loro storia d’amore è una fiaba nella fiaba, incominciata con un incontro casuale in cui è subito scattata la scintilla tra loro. “Lei si era preparata tutto un discorso da rivolgergli e con quelle poche parole lo conquistò – racconta la dottoressa Ricci -. Lui capì subito che quella ragazzina, all’epoca appena 18enne, sarebbe diventata sua moglie. Era la figlia del podestà, medico chirurgo, una famiglia borghese: il padre all’inizio non vedeva bene la loro relazione, anzi. Un po’ perché lui era di umili origini, ma soprattutto per la grande differenza di età che c’era fra loro, 23 anni. Però il loro amore era così palese che alla fine dovette cedere: si scambiavano tenerezze ed effusioni in pubblico, cosa insolita per l’epoca. Erano molto affettuosi, la signora Wanda trovò in lui quel calore che le era venuto meno con la morte della madre, scomparsa quando era poco più che una bambina”. “Lui era un uomo pieno di charme e mia mamma era gelosissima, anche se non c’era dubbio che lui l’adorasse”, ricorda ancora Giovanna Ferragamo. “Loro due insieme trasmettevano proprio quest’idillio, io e i miei fratelli siamo cresciuti in una bolla d’amore. Era una coppia perfetta perché mamma Wanda, essendo molto più giovane di lui, aveva un modo di approcciare le cose quasi fanciullesco e lui adorava questa cosa, la viziava moltissimo. Le uniche discussioni di cui ho memoria tra loro sono tutte solo per gelosia”. “Eppure era chiaro a tutti l’amore che nutriva per lei, lo si evince anche dalle tantissime lettere d’amore che le mandava. Era una persona di gran cuore”, constata Stefania Ricci.

C’è un aneddoto buffo che ricordo sempre con grande piacere“, ci dice quindi Giovanna Ferragamo. “Nostro padre oltre ad essere molto attento che i nostri piedi fossero sempre in salute nelle scarpe che portavamo, ci teneva a creare per noi delle copie esatte in miniatura dei suoi modelli più iconici. Scarpe meravigliose ma già erano quantomeno eccentriche per le donne dell’epoca, figurarsi per due bambine di 9 e 10 anni. Noi eravamo disperate, imbarazzatissime, non volevamo andare a scuola così e, quando eravamo sedute al banco, cercavamo in ogni modo di nascondere i piedi sotto la sedia, con la gonna, per non farle notare”, spiega ridendo al ricordo. E poi le vacanze a Forte dei Marmi, con Salvatore che tutti i fine settimana andava a trovarli: “Faceva di tutto per essere sempre molto presente, curava molto i legami sia con noi che con la madre, la sorella e tutti i parenti”.

Proprio questo legame profondo costruito da Salvatore è stato il collante che ha tenuto insieme la famiglia dopo la sua prematura scomparsa, facendo sì che i suoi figli fossero uniti negli intenti, saldi al fianco della madre Wanda, che a soli 38 anni ha visto il suo mondo e le sue certezze svanire in un lampo con la morte del marito. E si è trovata nel giro di pochi mesi vedova, con sei figli e un’azienda all’apice del successo da portare avanti. “Papà ha avuto una malattia fulminante, anche perché all’epoca ancora non c’erano né gli strumenti né le conoscenze che abbiamo oggi”, osserva Giovanna Ferragamo. La sua voce si incrina alle memorie di quel dolore, il tempo non attenua la commozione. Quando arrivarono le prime avvisaglie del suo malessere era ormai troppo tardi. Da febbraio, quando gli fu diagnosticato il male, è venuto a mancare ad agosto: lui non conosceva le sue reali condizioni di salute ma si era accorto che qualcosa non andava. Anche se cercava di non darlo a vedere, mostrandosi sereno, capivamo che era molto preoccupato per la mamma. Sono stati mesi duri perché da una parte lo vedevamo spegnersi e dall’altra eravamo tutti in pensiero per nostra madre, perché lei aveva 38 anni e sei figli, di cui l’ultimo di appena pochi mesi. Era una donna che non aveva mai lavorato nel senso stretto del termine, certo seguiva mio padre ma si occupava della famiglia. Invece è stata molto forte: dopo lo choc e la disperazione ha reagito, si è rimboccata le maniche e ha deciso di sostituire il marito in toto, per realizzare il disegno che lui aveva in mente. Il suo sogno era che tutti entrassimo in azienda, così che il marchio diventasse una griffe di moda completa. Oggi posso dire con un certo orgoglio che siamo riusciti a realizzarlo”.

CENNI BIOGRAFICI – Fin da bambino Salvatore Ferragamo apprende i rudimenti del mestiere, poi – appena undicenne – decide di partire alla volta di Napoli, per perfezionarsi. Lì conosce la miseria, patisce la fame, ma impara a fare le scarpe “di città”. Torna a Bonito, improvvisa un laboratorio nell’antro di casa, inizia ad essere conosciuto ed apprezzato. Ma dentro di sé freme, non si accontenta, sente di aver bisogno di uno slancio. Questo arriva nel 1914, quando alla vigilia della Prima Guerra Mondiale si imbarca per raggiungere i fratelli maggiori negli Stati Uniti. Il canto di sirena delle grandi fabbriche americane si rivela una delusione e così Salvatore si mette ancora una volta in viaggio, direzione California. Un vero salto nel buio per lui, che all’epoca aveva solo 16 anni: il tormento interiore che deve aver provato in quei giorni di traversata Coast-to-Coast è ben rappresentato da Guadagnino con una lunga e lenta sequenza di immagini di paesaggi che scorrono, visti dal finestrino di un vecchio treno in corsa. Chissà con che occhi carichi di speranze e paure li ha guardati Salvatore. Da lì, però, inizia la svolta: a Santa Barbara arriva il successo, la sua crescita professionale va di pari passo con quella dell’industria del cinema made in Usa. Poi arriva Hollywood, la svolta, e la decisione di tornare in Italia per recuperare quella manodopera di altissima qualità che solo il nostro Paese può vantare. Si stabilisce a Firenze, supera con i denti la crisi del ’29, la sua tenacia si rivela vincente. Nel 1939 l’approdo a Palazzo Spini Feroni e la consacrazione, anno dopo anno, come “calzolaio” dei divi del cinema.

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