Circa il 64% della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni legate alla difesa di fonti fossili: quasi 800 milioni di euro nel 2021, 2,4 miliardi negli ultimi quattro anni. In particolare, due missioni militari, l’operazione Gabinia nel Golfo di Guinea e l’operazione Mare Sicuro al largo della costa libica, hanno come primo compito la “sorveglianza e protezione delle piattaforme di Eni” che si trovano nelle acque internazionali, come risulta dalla ‘Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso’, trasmessa al Parlamento il 30 giugno 2021. A rivelarlo è un rapporto di Greenpeace secondo cui, nonostante gli accordi sul clima e gli impegni sulla transizione ecologica, l’Ue, la Nato e i tre Paesi oggetto dell’indagine (Italia, Spagna e Germania) continuano a inviare militari per proteggere le attività di ricerca, estrazione e importazione di gas e petrolio.

Circa due terzi delle operazioni militari dell’Ue servono a tutelare queste attività, mentre negli ultimi quattro anni, Italia, Spagna e Germania hanno speso complessivamente più di 4 miliardi di euro per la protezione militare degli interessi privati su petrolio e gas. Nel 2021 la Spagna ha speso 274 milioni, il 26% del suo budget per le missioni militari e la Germania 161 milioni di euro (pari al 20%). Quasi sempre questo avviene senza dirlo apertamente. A parte alcuni casi eclatanti, infatti, è difficile trovare obiettivi ‘fossili’ nei mandati delle operazioni all’estero: molto più spesso questi fini emergono dalle dichiarazioni ufficiali di politici e militari o dalle strategie nazionali di ‘sicurezza energetica’.

La richiesta al governo Draghi – Per Greenpeace è un paradosso: “Anziché sprecare risorse per difendere gli interessi dell’industria del gas e del petrolio, si dovrebbero proteggere le persone dagli impatti della crisi climatica alimentata proprio dallo sfruttamento delle fonti fossili”. Così Greenpeace Italia chiede al governo Draghi lo stop immediato alla protezione militare delle fonti fossili. “La sicurezza energetica dei cittadini si tutela investendo in fonti rinnovabili, non facendo gli interessi delle compagnie dei combustibili fossili con missioni militari all’estero” commenta la portavoce Chiara Campione.

La missione ‘Mare sicuro’ in Libia – Nessuna missione militare ha l’esclusivo obiettivo di proteggere le piattaforme Eni o la sicurezza energetica del Paese, ma in alcuni casi questo compito è al primo posto. È il caso, per l’Italia, della missione ‘Mare Sicuro’, al largo delle coste libiche, e dell’operazione ‘Gabinia’, nel Golfo di Guinea. D’altronde, se nel 2021 l’Italia ha approvato 40 missioni militari per una spesa di circa 1,2 miliardi di euro, il fulcro dell’impegno tricolore è il cosiddetto ‘Mediterraneo allargato’, con il maggior dispiegamento in Iraq e Libia, due Paesi che insieme garantiscono circa un terzo delle importazioni petrolifere italiane. Malgrado i gravi scontri, l’anno scorso Eni ha estratto 61 milioni di barili di petrolio equivalente dai giacimenti libici. “Lo stretto legame tra il dispiegamento militare e gli interessi dell’azienda è evidente nel caso di ‘Mare Sicuro’ – scrive Greenpeace – anche se il nome potrebbe evocare il salvataggio dei migranti il primo compito ufficiale è quello di assicurare con continuità la sorveglianza e la protezione militare alle piattaforme dislocate nelle acque internazionali antistanti le coste libiche e la protezione al traffico mercantile nazionale operante in area”. Tra i compiti, anche quelli connessi alla controversa missione a supporto della Guardia costiera libica, che ogni anno suscita proteste fuori e dentro il Parlamento, ma poi viene immancabilmente approvata. Audito in Parlamento, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini ha confermato che ‘Mare sicuro’ è una missione “a protezione degli interessi nazionali nell’area”. Interessi che la bozza di discorso inviata ai giornalisti dettagliava in nota: “Impianti petroliferi, traffico mercantile, attività di pesca”.

I costi e la trasparenza – Nel marzo 2016 fu presentata un’interrogazione per ottenere informazioni su piattaforme petrolifere, petroliere, rigassificatori, raffinerie o altri impianti protetti dalle forze armate e sui costi che lo Stato italiano, ma è stato possibile conoscere solo i costi complessivi della missione. Una cifra che per il 2021 ammonta a quasi 96 milioni di euro (345 milioni di euro nel periodo 2018-2021). “Il conto ‘fossile’ dell’impegno militare italiano in Libia non si limita a Mare Sicuro – spiega il report – perché nel totale va considerata, tra l’altro, anche la missione europea Irini”. Pur avendo un mandato primario che non ha nulla a che vedere con l’energia (‘contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi imposto dall’Onu nei confronti della Libia’), la missione ha il compito secondario di ‘controllo e sorveglianza sulle esportazioni illecite di petrolio dalla Libia, compresi il petrolio greggio e i prodotti del petrolio raffinati’. E la guerra al contrabbando di petrolio non ha solo l’obiettivo di stroncare un’attività illegale, ma anche di proteggere il settore degli idrocarburi.

L’operazione Gabinia – Tra le missioni militari del 2020, il governo ha inserito l’impiego di ‘un dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea’. L’operazione, in seguito chiamata Gabinia, è stata confermata anche per il 2021, con un impegno finanziario più che raddoppiato (da 9,8 milioni di euro a 23,3 milioni). “Malgrado le acque in questione siano infestate dai pirati – spiega la ong – il primo compito della missione è ‘proteggere gli asset estrattivi di Eni, operando in acque internazionali’. La necessità di difendere il naviglio mercantile nazionale dagli attacchi dei pirati compare solo al secondo posto”. Come precisato da un dossier del Senato, Eni ha piattaforme offshore in Nigeria e in Ghana, mentre l’interscambio con i Paesi della regione si basa pressoché esclusivamente (oltre il 95 per cento) sui trasporti via mare di prodotti petroliferi, materie prime e altri beni.

Gli interessi di Eni – Illustrando al Parlamento la missione da lui “fortemente voluta”, il ministro Guerini ha spiegato che il Golfo di Guinea “è oggetto di un crescente interesse nazionale in materia di approvvigionamento di risorse energetiche” e che “rileva in tal senso la presenza strutturata di Eni, quale principale operatore del settore che, con un nuovo contratto decennale di approvvigionamento, ha rafforzato ulteriormente il proprio posizionamento regionale e sul mercato globale”. Nell’area attorno al Golfo di Guinea, Eni produce 60 milioni di barili di petrolio da Angola, Nigeria e Ghana e miliardi di metri cubi di gas l’anno. “Tutto questo con un costo ambientale altissimo, soprattutto nella regione del Delta del Niger”, commenta Greenpeace. Nell’agosto 2011 i ricercatori del Programma delle Nazioni Unite sull’Ambiente (Unep) hanno scoperto che “l’inquinamento prodotto da oltre 50 anni di operazioni petrolifere nella regione è penetrato più in profondità e in ampiezza di quanto si supponesse”, contaminando acqua potabile, terra, ruscelli e importanti ecosistemi come le mangrovie. “Anche Eni (ma non solo, ndr) è coinvolta – racconta Greenpeace – e se dal 2014 al 2020 la pratica di bruciare il gas in eccesso in Nigeria è stata ridotta di circa il 40%, tuttavia non si è ancora arrivati all’abbattimento totale”.

Le altre missioni legate alle fonti fossili – Anche le missioni in Iraq, nel Golfo di Aden, nel Mediterraneo orientale e nello Stretto di Hormuz sono strettamente connesse alle fonti fossili. “Il legame non è sempre nero su bianco – spiega Greenpeace – ma in alcuni casi la ‘connessione fossile’ emerge dalle audizioni parlamentari del ministro della Difesa”. In Parlamento, infatti, Guerini ha citato le missioni in Iraq, il cui crollo – secondo le parole usate dal ministro – “metterebbe a repentaglio la nostra sicurezza energetica” e quelle nel Mediterraneo orientale dove, ha dichiarato, è necessaria “una nostra presenza più regolare” dato che “la possibilità di sfruttamento delle risorse energetiche è fortemente condizionata dal contenzioso marittimo in corso”. Ma il ministro ha parlato anche delle operazioni militari in zone strategiche per le importazioni italiane di petrolio e gas “come il Golfo di Aden e lo Stretto di Hormuz” che hanno la finalità di proteggere la ‘sicurezza energetica’ del Paese. Nei prossimi mesi, inoltre, l’Italia dovrebbe aderire anche alla missione Ue nella provincia di Cabo Delgado (Mozambico), dove secondo il ministro gli scontri stanno causando ‘interruzioni dell’attività estrattiva’ e dove Bruxelles ha da poco approvato una missione.

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