Se ti dico ecovillaggio qual è la prima immagine che ti viene in mente? Una comunità hippie? Un’isola felice? Un gruppo di persone guidati dal “Sesso, droga, rock&roll e un pizzico di comunismo estremo”?

Come ho scritto nel primo e precedente post, io ho vissuto per due anni in un ecovillaggio e negli anni seguenti ne ho incontrati e intervistati oltre 20. Solitamente l’immaginario e i pregiudizi sono quelli riportati sopra: un gruppo di persone fricchettone all’ennesima potenza che contemplano il cielo dalla mattina alla sera, che prendono il reddito di cittadinanza e che sono figli di notai, avvocati e persone benestanti.

Magariiiii l’ecovillaggio fosse questo!!!!!

In realtà la vita in una realtà comunitaria è mooooolto impegnativa: ci sono i ritmi della terra, che non stanno ad aspettare i ritmi umani, l’essere in relazione con altre persone 24 su 24, 7 giorni su 7, persone con abitudini, stati d’animo e approcci che possono essere diversi dal mio, e l’equilibrio da trovare tra bisogni individuali e bisogni comunitari. Solo per dire tre grandi sfide del vivere comunitario.

Ma partiamo dall’inizio: cos’è un ecovillaggio?

Un ecovillaggio è una forma di comunità intenzionale: un gruppo di persone che ha un sogno, un’intenzione e una visione condivisa. Ogni gruppo di persone, quindi ognuno degli oltre 100 ecovillaggi in Italia, ha un proprio sogno e soprattutto una propria modalità per raggiungerlo. Questo significa che ogni ecovillaggio è diverso dall’altro: ci sono ecovillaggi con un’economia totalmente in comune, altri con un’economia mista, alcuni possono fare dell’agricoltura la principale fonte di sostenibilità economica, mentre altri il fare corsi di formazione.

Possiamo però dire, come dice la parola stesso eco-villaggio, che queste realtà condividono alla base un desiderio di sostenibilità ambientale, di ecologia, di aggregazione, di vita lenta e di stare a contatto con la natura.

“Ma chi sono queste persone che decidono di vivere in un ecovillaggio?” Questa è, secondo me, una domanda centrale. Tanti pensano che gli ecovillaggi siano grandi ville comunitarie o dei bed and breakfast immersi nella natura e per questo le persone che ci abitano devono essere persone facoltose.

Una delle cose più preziose della mia esperienza in ecovillaggio è l’eterogeneità delle persone, la contaminazione fra persone di età, professione, e formazione a volte completamente opposte, anziani in cerca di un luogo tranquillo e con relazioni sane, invece della solitaria città, giovani in cerca della propria strada che non si riconoscono nei valori della società e non vogliono entrare nel loop studio → lavoro → divano → lavoro → pensione → crepo, famiglie in cerca di un luogo più sano dove educare i propri figli. Questa diversità è un elemento di straordinaria vitalità e rappresenta un acceleratore di evoluzione personale, così è stato per me.

Foto del 2018

Un altro grande pregiudizio riguardante gli ecovillaggi è il credere che siano luoghi chiusi, isolati, insomma delle isole felici inaccessibili. Niente di più sbagliato: oltre ad esserci delle realtà che fanno della vocazione politica e contaminatrice un loro tratto peculiare (penso all’ecovillaggio Tempo di Vivere che organizzare scambi giovanili Erasmus+), la maggior parte degli ecovillaggi organizza corsi e hanno varie possibilità di volontariato.

Attenzione, questo non significa prendere la macchina, fiondarsi nell’ecovillaggio più vicino a casa, bussare alla porta dicendo: “Ho letto l’articolo di Bernardo Cumbo in cui diceva che gli ecovillaggi sono luoghi aperti, quindi eccomi qui. Pensavo di fermarmi per 1 settimana!”. Gli ecovillaggi non sono agriturismi, bed and breakfast o strutture ricettive, sono abitazioni private in cui abitano famiglie, bambini e persone che decidono di aprire ad esterni la propria casa. È sana e corretta norma quindi scrivere per capire se, in questo periodo, c’è la possibilità e la disponibilità fisica ad accogliere nuove persone.

[Nella foto in evidenza l’ecovillaggio in cui ho vissuto]

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