L’effetto del cambiamento climatico che non ci si aspetta: anche il riscaldamento globale influisce sul divorzio dell’albatros dal sopracciglio nero, fin qui conosciuto come longevo e monogamo. Perché se già era noto che la causa principale di divorzio è dovuta all’insuccesso riproduttivo di una coppia, ora si scopre che, indipendentemente dal fatto che questi grossi uccelli marini siano riusciti a far nascere o meno i pulcini, all’aumentare della temperatura dell’acqua aumenta anche la possibilità che una coppia ‘scoppi’. È il risultato a cui giunge lo studio di un gruppo di ricercatori delle università di Lisbona, del Montana e dell’Exeter, insieme a quelli dell’Istituto di ricerca ambientale del Sud Atlantico e del Centro di scienze marine e ambientali del Portogallo, pubblicato sulla rivista della Royal Society, che dal 2003 hanno esaminato 15.500 coppie nidificanti di albatros dal sopracciglio nero che si riproducono a New Island, nelle Falkland. “Qui si trova l’unica popolazione in aumento dell’Atlantico del Sud, ma questo collegamento tra cambiamento climatico e divorzio potrebbe rappresentare un ulteriore motivo di preoccupazione se confermato anche in altre popolazioni di albatri, soprattutto di altre specie che stanno lentamente scomparendo, anche a causa di fattori quali l’impatto della pesca o le specie aliene” spiega a ilfattoquotidiano.it Francesco Ventura, ricercatore italiano all’Università di Lisbona e co-autore della ricerca.

La riproduzione e il divorzio degli albatri Quando questo uccello marino – nome scientifico Thalassarche melanophris – deve riprodursi, in estate, va sulla terraferma per circa quattro mesi. E torna sempre nello stesso nido: alcuni degli albatri dal ciglio nero oggetto dello studio formano coppie con gli stessi partner dall’inizio della ricerca, cioè quasi vent’anni. Il ‘divorzio’ avviene se da un anno all’altro i membri di una coppia sono entrambi sopravvissuti ma almeno uno dei due si sta riproducendo insieme a un altro partner. “Sappiamo che le coppie che falliscono nella riproduzione (ancora di più se perché l’uovo non si schiude) hanno una percentuale di possibilità di divorziare cinque volte superiore rispetto a quelle che riescono a far sopravvivere il pulcino” aggiunge Ventura, da quattro anni nel team di ricerca. Ma durante lo studio ci si è resi conto che in alcune stagioni riproduttive c’era un picco dei casi di divorzio. “Se in media parliamo del 3-4%, si variava da un minimo dell’1% a un massimo dell’8% – racconta – e abbiamo scoperto che questo accadeva indipendentemente dal successo o meno della riproduzione anche al variare della temperatura del mare sull’equilibrio della coppia. Dunque ci siamo posti delle domande e abbiamo formulato delle ipotesi”.

Il legame con il cambiamento climatico Partendo dal rituale: quando la femmina depone l’uovo, infatti, durante il periodo di incubazione i genitori si alternano nella cova per andare a cercare cibo. L’aumento della temperatura delle acque ha un primo effetto sull’abbondanza delle prede perché le acque più calde sono meno ricche e produttive, dunque gli animali hanno più difficoltà a trovare cibo. “La prima conseguenza, come link indiretto tra l’alta temperatura e il divorzio – spiega Ventura – è che in tempi più difficili la riproduzione sia ostacolata dal fatto che i viaggi per cercare cibo debbano prolungarsi, rendendo più difficile la sincronizzazione che c’è tra maschio e femmina che si alternano tra cova e ricerca di prede”. Ma, secondo i ricercatori, ci sono altri due effetti diretti del cambiamento climatico: “In primo luogo – dice Ventura – in anni più difficili gli animali pagano un costo di riproduzione più alto, occorre più tempo per riacquistare energia durante l’inverno e possono arrivare tardi sulla terraferma per la stagione riproduttiva successiva. In secondo luogo, sempre in condizioni avverse, i membri della coppia si stressano di più, inducendo la femmina a ritenere il maschio incapace di portare al successo la riproduzione”. Da qui la scelta di cambiare partner. “D’altronde già sapevamo – aggiunge il ricercatore – che la femmina ottiene benefici maggiori in termini di successo riproduttivo dopo un divorzio, rispetto a quanto non faccia un esemplare maschio”. Ma l’aspetto più preoccupante “è che le interruzioni dei processi di riproduzione delle popolazioni monogame potrebbero rappresentare una conseguenza fin qui trascurata del riscaldamento globale che, dunque, all’aumentare delle temperature potrebbero avere effetti ancora più negativi nei prossimi decenni, specialmente in popolazioni di albatri più limitare numericamente”.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: se credi nelle nostre battaglie, combatti con noi!

Sostenere ilfattoquotidiano.it vuol dire due cose: permetterci di continuare a pubblicare un giornale online ricco di notizie e approfondimenti, gratuito per tutti. Ma anche essere parte attiva di una comunità e fare la propria parte per portare avanti insieme le battaglie in cui crediamo con idee, testimonianze e partecipazione. Il tuo contributo è fondamentale. Sostieni ora

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Il Piemonte vuole un’altra pista da motocross (ne ha già 29). Che senso ha disboscare altri ettari?

next
Articolo Successivo

L’Alto Adige e il mistero del latte importato dall’estero: “Limitata la produzione degli allevatori locali, così le latterie acquistano da fuori a metà prezzo”

next