Il virus respiratorio sinciziale (Vrs), la principale causa della bronchiolite nei bambini, sta mettendo in crisi i reparti pediatrici. Come a Roma, al Pronto soccorso pediatrico del Policlinico Umberto I, dove “Ci sono in media 5-6 bambini al giorno che attendono di essere ricoverati perché non ci sono posti letto, anche se recentemente ne abbiamo aggiunti altri perché non sapevamo più dove sistemare i piccoli pazienti”, ci informa Fabio Midulla, presidente della Società italiana per le malattie respiratorie infantili (Simri), responsabile del Pronto soccorso pediatrico del Policlinico Umberto I di Roma.

Anche a Napoli le strutture sono ormai sature: “Registriamo 300 accessi al giorno, con punte di 350-380 nel fine settimana. I reparti sono al completo e stiamo vivendo forti criticità al pronto soccorso”, ci racconta con un po’ di preoccupazione il dottor Vincenzo Tipo, responsabile del pronto soccorso dell’ospedale pediatrico Santobono di Napoli. All’ospedale Meyer di Firenze la situazione è un po’ meno al limite, con “21 bambini ricoverati in reparto che hanno un’età inferiore all’anno, 4 in rianimazione e 4 in terapia sub intensiva. Riempiono per circa la metà la capacità ricettiva dell’ospedale. Di fatto, la spinta principale dei ricoveri è legata a questa patologia”, afferma il dottor Massimo Resti, direttore del Dipartimento specialistico interdisciplinare del Meyer. Tra queste varie emergenze, ci sono alcune eccezioni più a sud, grazie al clima più clemente e alla possibilità di stare più all’aria aperto. Per esempio in Calabria, “Finora si è verificato solo un caso di bronchiolite da Vrs, ma in generale questo tipo di epidemia arriva mesi dopo rispetto al resto d’Italia e senza aggravare la struttura ospedaliera”, sottolinea la dottoressa Emanuela Pietragalla, della terapia intensiva neonatale dell’ospedale di Catanzaro.

Il Vrs è ben conosciuto in pediatria, ma quest’anno è arrivato inaspettato, con un anticipo di circa due mesi. Ed è la principale causa della bronchiolite, un’infezione polmonare che può essere grave nel primo anno di vita. “Come il virus dell’influenza provoca epidemie annuali. Si trasmette per via aerea – attraverso l’inalazione di goccioline generate da uno starnuto o dalla tosse – o per contatto diretto delle secrezioni nasali infette con le membrane mucose degli occhi, della bocca o del naso”, informano dall’ospedale Bambino Gesù di Roma. La speranza è che l’ondata epidemica da Vrs così come si è anticipata, si concluda prima. La ragione? Non deve sovrapporsi con il picco influenzale stagionale che generalmente si attende dopo le feste di Natale. Viceversa, l’alternativa sarebbe bloccare le attività programmate per dare precedenza a queste epidemie coincidenti.

Ma perché un anticipo e aumento repentino di casi da Vrs? “L’impennata è anomala per almeno due motivi: questo virus colpisce in genere lattanti e neonati; quest’anno ha interessato anche bambini di età maggiore con manifestazioni cliniche nelle basse vie respiratorie e la necessità di ricovero e di supporto di ossigeno; inoltre c’è una concomitanza di altri virus respiratori che sono più aggressivi rispetto alla norma, come il semplice virus del raffreddore”, commenta il dottor Tipo. A questo bisogna aggiungere, secondo Midulla, che “Le mamme durante la pandemia del Covid si sono ammalate meno del virus e così non hanno trasmesso gli anticorpi ai neonati per proteggerli dal virus sinciziale; un’altra ipotesi è che durante la pandemia i bambini si sono ammalati raramente e quindi il loro sistema immunitario è stato ‘meno allenato’ a fronteggiare questi fenomeni”.

“Bisogna però lanciare un messaggio positivo”, ci preme a dire Massimo Resti. “Noi conosciamo bene la patologia, sappiamo come curarla. Dobbiamo in realtà avere qualche attenzione in più. Le mamme, per esempio, devono evitare di portare i più piccoli al supermercato o al centro commerciale: in questo periodo, meno i bambini circolano nei luoghi affollati, meglio è. La maggior parte dei piccoli risolve il problema a casa; nei casi gravi si ricorre al ricovero, dove vengono curati con il supporto di ossigeno, mentre i piccoli pazienti più fragili, nati pretermine, che presentano immunodeficienza, si curano con gli anticorpi monoclonali”.

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