Secondo un’analisi di OpenPolis sulla base dei dati Ocse, l’Italia è l’unico Paese dell’Unione europea in cui il salario medio dei lavoratori negli ultimi 30 anni è anziché aumentare è diminuito. Inoltre, fra il 1990 e il 2020, nel nostro Paese si è registrato un calo del salario medio annuale pari al 2,9%.

Se questi dati Ocse sono di per sé inaccettabili, per usare un eufemismo, diventano drammatici se paragonati a quelli degli altri paesi europei. Infatti, in Germania e in Francia, nello stesso arco di tempo, i salari medi hanno registrato un aumento rispettivamente del 33,7% e del 31,1%. Perché le lavoratrici (ulteriormente penalizzate) e i lavoratori che lavorano in Italia sono costretti a subire tale situazione?

Le cause evidentemente vanno ricercate in diversi fattori.

Innanzitutto occorre analizzare il ruolo e l’atteggiamento tenuto dai sindacati, in particolare quello delle tre confederazioni maggiormente rappresentative, di fronte alle prime riforme legislative vòlte, secondo la retorica del periodo, a rendere maggiormente flessibile il mercato del lavoro (si veda la riforma Treu del 1997 e la riforma Biagi del 2003), ma che in realtà aprirono le porte a un processo di precarizzazione che sarebbe continuato inesorabile fino ai giorni nostri. I sindacati confederali decisero di proteggere quelli che allora venivano considerati i “lavoratori garantiti” (coloro che godevano ancora delle piene tutele), lasciando alla mercé dei datori di lavoro i loro colleghi precari.

Questo errore (che si dimostrerà fatale nel corso degli anni) si deve principalmente al fatto che le tre confederazioni per affrontare il processo di precarizzazione in atto avrebbero dovuto rifondare la loro organizzazione e porre in campo nuove strategie di conflitto – e ciò non è accaduto. Anzi, i sindacati confederali hanno continuato a retrocedere davanti alle massicce riforme che negli ultimi 25 anni hanno interessato il mercato del lavoro, con la conseguenza che i lavoratori garantiti sono divenuti una specie in via di estinzione.

Non solo: le tre confederazioni sono altresì responsabili di essersi sottomesse al ricatto occupazionale delle imprese, siglando contratti collettivi sempre più al ribasso. Sul punto è sufficiente scorrere le tabelle retributive della maggior parte dei ccnl per rendersi conto di quanto miseri siano i minimi retributivi. E non è un caso che proprio i confederali siano stati tra i più forti oppositori del salario minimo, sposando di fatto la visione padronale che vedeva nella riduzione del costo del lavoro l’unico modo per affrontare la sfida della competizione globale.

L’altro grande colpevole della situazione fotografata dall’Ocse è certamente il Legislatore italiano, il quale, a partire dal 1997 a oggi, è intervenuto ripetutamente modificando e riducendo i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, rendendo la precarietà non più un’eccezione ma la regola.

Oltre alle riforme di cui si è detto sopra, occorre ricordare il cosiddetto “collegato lavoro”, L. 183 del 2010, con cui si provveduto alla più grande sanatoria di contratti di lavoro illegittimi nella storia della Repubblica Italiana.

Sempre nel solco del processo di precarizzazione sopra descritto, si iscrive anche la ben nota “riforma Fornero”, L. 92 del 2012, con cui il Legislatore inflisse il primo colpo all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, poi definitivamente abrogato dalla riforma firmata Renzi, il cosiddetto Jobs act, D.lgs n. 81 del 2015. Con il Jobs act vengono inoltre liberalizzati i contratti a tempo determinato, che sono diventati la principale forma contrattuale.

Occorre poi ricordare la legge Turco-Napolitano e la successiva Bossi-Fini, con le quali solo apparentemente si volevano regolare i flussi migratori. In realtà, esse intervennero fattivamente sul mercato del lavoro creando una massa di occupati altamente ricattabili e disposti ad accettare qualunque condizione pur di conservare il diritto di restare in Italia. Al contempo, rendendo pressoché impossibile la regolarizzazione dei migranti, crearono un bacino inesauribile di lavoro sommerso con le conseguenze che sono davanti agli occhi di tutti, come dimostra la situazione dei braccianti nelle campagne italiane, soggetti alle ripetute violenze dei caporali di turno.

Tutto questo ha fatto sì che si determinasse una progressiva e inesorabile svalutazione del lavoro sia dal punto di vista sociale e umano che dal punto di vista economico; processo di svalutazione che ha posto le lavoratrici ed i lavoratori in una condizione di ricatto difficilmente superabile.

Giusto per capirci, se una lavoratrice viene assunta a tempo determinato, sapendo che non ha alcuna tutela legale per rivendicare i propri diritti sarà costretta ad accettare ogni tipo di condizione nella speranza (il più delle volte vana) che un giorno anche molto lontano il suo contratto verrà stabilizzato.

E ancora, sempre a causa del processo di svalutazione del lavoro, sono moltissimi i comparti produttivi in cui le lavoratrici e i lavoratori vengono sistematicamente sottoinquadrati dall’impresa per cui lavorano. Ad es. tutte le società di call center sottoinquadrano i loro dipendenti con la conseguenza che le lavoratrici e i lavoratori vengono pagati meno di quanto previsto dal ccnl di riferimento.

Un altro esempio è quello degli operatori sociali, che durante le ore di lavoro notturno presso la struttura, definite “notti passive”, non vengono retribuiti con la normale retribuzione più la maggiorazione da lavoro notturno, ma con una indennità forfettaria di € 17,00 a notte.

Poi ci sono innumerevoli casi di contratti collettivi capestro, come quello della vigilanza, dove un lavoratore per 40 ore settimanali e 160 ore mensili, percepisce uno stipendio di poco superiore a mille euro.

A ciò si aggiunga che il processo di svalutazione del lavoro ha avuto ripercussioni molto preoccupanti sulla condizione psicologica delle lavoratrici e lavoratori: sotto i colpi della retorica della meritocrazia e della prestazione, dove se guadagni vuol dire che sei meritevole, diversamente sei un incapace, molti lavoratori precari sottopagati hanno finito per ritenersi ingiustificatamente colpevoli del loro “fallimento”.

Data la situazione drammatica in cui si trovano la stragrande maggioranza delle lavoratrici e lavoratori nel “nostro” paese, occorrerebbe innanzitutto prendere spunto da quelle (anche se poche) realtà dove le lavoratrici ed i lavoratori hanno avuto la forza di autorganizzarsi, rivendicando in prima persona i loro diritti. A titolo di esempio basti ricordare le proteste dei rider che si sono sviluppata in tutta Italia, in molti casi anche senza l’appoggio dei sindacati. Tali proteste hanno avuto la forza di porre in essere pratiche sindacali capaci di rompere il ricatto imposto dalle grandi multinazionali del settore.

Di conseguenza, riteniamo sacrosanta la battaglia per l’introduzione di un salario minimo legale; tuttavia non bisogna nascondersi che potrebbero sorgere alcune criticità se tale battaglia non viene impostata in modo corretto. In particolare, ci riferiamo a tre aspetti:

1. Il livello del salario minimo non può essere inferiore ai 10 euro lordi calcolati sul numero di ore effettivamente lavorate. Il suo calcolo deve tener conto anche del valore delle prestazioni lavorative non subordinate (partite Iva, collaborazioni, prestazioni d’opera, ecc.). Ciò significa che alcuni contratti nazionali devono essere rivisti al rialzo. Particolare attenzione deve essere data al contratto delle colf e badanti, dal momento che un adeguamento salariale potrebbe avere effetti pesanti sulle famiglie. La cura degli anziani, in particolare, dovrebbe rientrare nel novero dei servizi sociali che molto spesso lo Stato ha tralasciato, favorendone la privatizzazione a costi eccessivi e scaricando sulle famiglie (soprattutto meno abbienti) l’onere della cura. Se è del tutto legittimo che il salario per i lavori di cura cresca, tale aumento non può essere scaricato sulle spalle dei famigliari. Il superamento di questo trade-off può essere ottenuto tramite l’erogazione di un reddito a carico dello Stato per coniugare il diritto a un salario decente e il diritto a ricevere cure e assistenza in caso di bisogno.

2. La battaglia per un salario minimo non può essere solo riferita ai lavoratori/trici subordinati/e. Deve coinvolgere tutto il mondo del lavoro a prescindere dalla tipologia contrattuale esistente. Pertanto diventa sempre più impellente la necessità di andare oltre il concetto di “salario”, se per salario si intende (come lo intende il punto di vista economico) la remunerazione di un’attività di lavoro dipendente. Il rischio è quello di creare una nuova fattura tra lavoro dipendente e lavoro indipendente, soprattutto in un contesto dove la bassa remunerazione del lavoro tende a essere più diffusa tra i segmenti del mercato del lavoro che risultano giuridicamente e fiscalmente indipendenti, autonomi, ecc. Per questo è auspicabile che si cominci a parlare di “compenso minimo orario” come strumento di ricomposizione del lavoro.

3. Infine, punto non secondario, l’introduzione di un compenso minimo è fondamentale per favorire l’introduzione di un reddito di base incondizionato. Se il primo, il salario, è la remunerazione di un’attività di lavoro più o meno certificata (e spesso sottopagata), il secondo – il reddito – è la remunerazione di quella produzione di valore che oggi non viene riconosciuta ma svolta in condizioni di gratuità. La battaglia per entrambi è unica e interdipendente. E dev’essere combattuta insieme.

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