Era sfruttamento quello che gli intermediari di Uber portavano avanti nei confronti dei rider a Milano. Lo ha deciso la giudice per l’udienza preliminare Teresa De Pascale, che ha condannato per caporalato a 3 anni e 8 mesi Giuseppe Moltini, uno dei responsabili delle società di intermediazione coinvolte nell’inchiesta del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano, coordinata dal pm Paolo Storari, che aveva portato pure al commissariamento della filiale italiana del colosso della gig economy. La gup ha anche deciso di convertire il sequestro di circa 500mila euro in contanti, disposto durante le indagini, in un risarcimento da 10mila euro a testa per i 44 fattorini entrati nel procedimento come parti civili e da 20mila euro per la Cgil.

A luglio, in sede di udienza preliminare, avevano patteggiato Leonardo Moltini e Danilo Donnini, rispettivamente a 3 e 2 anni (il secondo con sospensione la pena). La manager di Uber Gloria Bresciani, anche lei accusata di caporalato, aveva invece scelto la via del dibattimento, che inizierà tra pochi giorni davanti alla nona sezione penale. Il commissariamento della filiale italiana della multinazionale era poi stato revocato a marzo dai giudici in virtù del percorso “virtuoso” intrapreso dalla società.

Secondo la tesi dell’accusa, Bresciani e gli altri tre accusati di caporalato avrebbero reclutato rider in Flash Road City e Frc srl “per poi destinarli al lavoro presso il gruppo Uber” in “condizioni di sfruttamento”. I lavoratori venivano “pagati a cottimo 3 euro”, “derubati” delle mance e “puniti” con una decurtazione dei compensi in caso di comportamenti ritenuti non idonei. Nelle 60 pagine che nel maggio 2020 portarono al commissariamento della filiale italiana della società di gig economy, gli investigatori e il Tribunale di Milano ricostruirono i metodi di lavoro della Flash Road City di Moltini, intermediaria di Uber, i cui vertici italiani – ad avviso degli inquirenti – erano a conoscenza di tutto: i rider venivano reclutati in situazioni di “emarginazione sociale” e alcuni fattorini erano costretti a implorare per giorni e giorni di essere pagati.

Alcuni messaggi della manager di Uber, Bresciani, secondo i giudici che disposero il commissariamento fotografavano come fosse “pienamente consapevole della situazione di sfruttamento lavorativo e reddituale” della Flash Road City: “Anzi appare evidente che sia la stessa Bresciani ad incoraggiare il suo interlocutore ad impostare il rapporto con i rider affinché si connettano solo quando a Uber conviene, adottando metodi di sorveglianza e di pagamento, approfittando del loro stato di bisogno”, scriveva il Tribunale.

Un ruolo ritenuto non marginale, anzi: “Emerge chiaramente”, si leggeva nelle carte che portarono al commissariamento, come la società “andasse di fatto a limitare la libertà decisionale” del partner “attraverso l’imposizione di turni prestabiliti”. A supporto della tesi, le mail con il numero dei corrieri da disporre su ogni turno: una attività nella gestione dei rider “piuttosto intensa” da parte di almeno “alcune figure professionali” di Uber che “non sono di certo estranee” alla realtà di “forte sfruttamento, di intimidazione e di prevaricazione” nei confronti dei rider che ricevevano 3 euro a consegna quando Flash Road City, almeno su Roma, veniva pagata “in media almeno 11 euro” per ogni pacco portato a domicilio.

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