Arturo lavora come camionista per 17 centesimi a chilometro, senza tredicesima, quattordicesima né tfr. “La ditta paga a chilometro e dà solamente degli acconti: fino a poco tempo fa mi dava 250, 300 euro a settimana. Ma a fine mese non paga quanto dovrebbe, sempre e solo un acconto”. Nel campo dell’autotrasporto, storie di sfruttamento come quella di Arturo non sono rare. Da mesi sui giornali si susseguono gli appelli delle associazioni di categoria che lamentano l’impossibilità di trovare lavoratori disposti a fare i camionisti pur offrendo stipendi più alti della media: alcuni imprenditori hanno dichiarato di offrire 3mila euro netti mensili per lavorare dal lunedì al venerdì 9 ore al giorno. Per risolvere la problematica, nel bel mezzo dell’estate, l’associazione di Confindustria Anita ha invocato l’aiuto del governo chiedendo un decreto flussi ad hoc che permettesse alle aziende del settore di reperire manodopera dall’estero, in particolare dai Paesi dell’Est, e investimenti pubblici per aiutare i disoccupati ad ottenere la patente necessaria, che costa circa 6mila euro. Della carenza di autisti, insomma, si parla molto, ciò che invece non si affronta sono le motivazioni che hanno spinto tante persone ad abbandonare il mestiere o rifiutare di intraprenderlo.

Davvero è il costo della patente ad allontanare giovani e meno giovani dal mestiere? Scavando un po’ più a fondo, la risposta è no. O meglio, non solo. Sono moltissime le testimonianze di autisti raccolte da ilfattoquotidiano.it che raccontano una realtà diametralmente opposta rispetto a quella dipinta dagli imprenditori del settore. Sì, il costo delle patenti è sicuramente una barriera per molti, essendo un investimento non di poco conto e che tanti giovani non sono in grado di affrontare, ma il reale problema sono le condizioni che molte ditte, soprattutto al Sud, offrono a chi tenta di approcciarsi a questo lavoro. Contratti capestro, mancata applicazione del contratto collettivo nazionale dell’autotrasporto, paghe basse, orari di impegno che molto spesso oltrepassano le 12/13 ore giornaliere retribuite con il minimo salariale e straordinari forfettizzati al ribasso. Per non parlare della frequente impossibilità di farsi una doccia e delle notti nel camion dopo una cena a base di scatolette, perché “se pranzi o ceni in trattoria non ti resta niente“.

“A parte il problema del costo della patente, che fino a qualche decennio fa molti ottenevano o col servizio di leva oppure pagando una cifra pari a una mensilità di stipendio o poco più, ora si aggiunge il tempo necessario all’ottenimento del CQC, un certificato che vorrebbe essere di formazione e specializzazione al lavoro. Uso il condizionale perché io, per esempio, l’ho conseguito per anzianità ed ho frequentato i soli corsi per i rinnovi. Ma non è questo che fa desistere le persone, le ragioni sono soprattutto legate alle condizioni che molti datori di lavoro propongono”, spiega Diego a ilfattoquotidiano.it. In tanti anni di lavoro da camionista ha toccato con mano le condizioni proposte ai tanto ricercati autisti.

“Iniziamo dalla forfettizzazione dello stipendio: si è pagati per 8 ore più 30 minuti o 1 ora di straordinario a fronte di oltre 12 ore reali di lavoro, quando non si arriva a 15. E tutto questo perfettamente a norma di legge”, afferma Diego. Che spiega: “Non è raro che raggiunto il piazzale venga chiesto di togliere la scheda e col famoso OUT si proseguano le operazioni di carico o scarico che possono portare l’ammontare delle ore lavorate a 17 o 18 al giorno o anche di più. E quelle ore figurano come riposo“. La legge, inoltre stabilisce un tetto massimo di ore di guida e lavoro, pari a 13, “chiamato ‘spesso impegno'”, un tetto “che molte aziende intendono come dovuto anche se non retribuito“. Non sono le uniche ingiustizie: “Ovviamente – prosegue Diego – all’atto di assunzione si mette nero su bianco che va rispettato il codice della strada, per cui ogni eventuale sanzione è a carico dell’autista, incluse quelle dovute alla manutenzione del mezzo. Se, per esempio, il titolare decide che lo pneumatico va sostituito la settimana successiva e la Polizia nel frattempo dovesse verificarne l’usura eccessiva nell’ambito di un controllo, sanzione e punti sono a carico dell’autista“.

Diego commenta anche le famose paghe da 3mila euro dichiarate da alcuni imprenditori: “Sono lorde e spesso in questa cifra sono incluse tredicesima e quattordicesima mensilità, TFR e talvolta pure le ferie. Inoltre, con lo stipendio percepito l’autista deve affrontare i costi del vitto, delle docce, delle eventuali sanzioni di cui parlavo prima, in alcuni casi perfino dell’affitto della cabina ed eventualmente i costi di riparazione“. Insomma, “da 3mila euro si arriva a 2.400 euro solo scorporando le altre mensilità incluse, alla fine non restano che 2mila euro mensili a fronte di 280 e di forse più ore di lavoro. Ora, sempre facendo i conti per sommi capi, uno che fa questo lavoro, con i rischi e le responsabilità che implica, possibile che vada a lavorare per massimo 7 euro l’ora?”, conclude Diego.

La sua e quella di Arturo sono solo due delle tante testimonianze di addetti del settore, pressoché tutte identiche nei contenuti e nella denuncia delle condizioni di lavoro al limite dello sfruttamento. “La paga base lorda ammonta a circa 1.750 euro al mese, ma alcuni prendono anche meno. Per esempio, ci sono molte aziende, soprattutto del Sud Italia, che non applicano il CCNL di categoria, nonostante non sia legittimo”, spiega al ilfattoquotidiano.it il delegato Uil Alberto Piccinini. Al compenso base si aggiungono poi le trasferte: “Si può arrivare anche a mille euro al mese di sole trasferte. Può sembrare uno stipendio di tutto rispetto, ma ci si dimentica che un camionista lavora almeno 13 ore al giorno, quando va bene. E ci sono giorni in cui a causa di ritardi nel carico e scarico o del traffico non si riesce nemmeno a rientrare a casa e si deve dormire sul camion“.

Piccinini sottolinea anche un altro aspetto: “Tutti i giorni muore un autista per incidenti o di infarto, ma per la legge quello dell’autista è un lavoro gravoso e non usurante, nonostante abbia tutti i parametri per esserlo, quindi non è possibile usufruire delle agevolazioni per andare in pensione prima”. “La verità è che non si trovano più persone disposte a fare questo mestiere a causa delle condizioni lavorative – conclude Piccinini – si lavora ormai sempre più spesso per commesse al massimo ribasso, con conseguenze immaginabili sugli stipendi e sui ritmi lavorativi”.

Non solo: a rendere infernali le condizioni di una professione che per molti decenni è stata tradizionalmente tramandata di padre in figlio è anche la strutturale carenza di infrastrutture e manutenzione stradale che espone gli autisti da un lato al pericolo di incidenti e dall’altro li priva della possibilità di staccare in maniera dignitosa tra un turno e l’altro, essendo pressoché assenti i servizi più basilari, come ad esempio le docce, spesso assenti o condizioni fatiscenti. Nelle aree di servizio “spesso non ci sono barriere antirumore tra strada e parcheggio, non ci sono piazzole dedicate ai camion frigo e tanto meno gli attacchi per il funzionamento. Dentro l’area di servizio i prezzi sono scandalosi, i servizi igienici spesso sporchi, le docce dedicate sono piccole, strette, trascurate, troppo frequentemente guaste“, racconta ancora Diego. Che aggiunge: “È rarissimo trovare i servizi nelle aziende”.

“Quando hai guidato 10 ore in un giorno e le altre 5 hai tirato cinghie e teli pesanti, sei saltato su e giù come un canguro dal cassone del camion, hai alzato pesi e atteso il carico o lo scarico, il tuo lavoro finisce e spesso ti fermi dove capita per dormire. Sei sudato e sporco, ma non puoi nemmeno farti una doccia, ti lavi a pezzi con l’acqua della tanica che hai dietro, mangi due scatolette o una busta di affettato e ti butti in branda in cabina. Il parco mezzi delle aziende italiane è il più vecchio d’Europa, oppure il tuo titolare non vuole spendere soldi per un mezzo dotato di climatizzatore a motore spento, quindi se fa caldo non riesci né a dormire né a riposare“. Così Michele racconta la sua giornata di lavoro. E spiega: “Tutto questo per percepire massimo 1.750 euro lorde al mese più le trasferte – che se pranzi o ceni in trattoria non ti resta niente – e dormire sul posto di lavoro”.

Ecco perché “nessuno vuole fare questo mestiere”, sottolinea Michele. “Sei lontano dalla famiglia, non vedi crescere i tuoi figli e non li puoi educare. Tanti camionisti sono divorziati o scapoli proprio a causa del lavoro. Capita che qualcuno protesti o intenti una vertenza, che puntualmente vince. Poi, però, si becca per vendetta i mezzi più vecchi o meno comodi, i viaggi peggiori, quindi è chiaro che la maggioranza non alzi la testa per reclamare quello che gli spetterebbe”, conclude Michele. Insomma, la penuria di autisti è divenuta conclamata perché tanti lavoratori non sono più disposti a farsi sfruttare, nulla c’entra la mancanza di voglia di lavorare. O di mettersi in gioco, come va di moda dire di questi tempi.

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