Noblesse oblige. Quando il capitalismo aristocratico italiano ri-conosceva e finanziava (anche) la forza eversiva del cinema “di sinistra”. Tanta roba – si dice, no? – emerge dal documentario Marina CicognaLa vita e tutto il resto di Andrea Bettinetti, presentato alla Festa di Roma 2021. Un’opera che si presenta sospesa in una nebbiolina da laguna veneziana poi che scatta, lucida e sciolta tra Milano, Roma, New York, nel ricostruire l’universo professionale ed umano di un’icona produttiva, culturale e politica dei formidabili anni sessanta/settanta: Marina Cicogna. Prima donna produttrice in un mondo di voraci squali maschi, un Oscar (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto), un Grand Prix a Cannes (idem), un Leone d’Oro a Venezia (Bella di giorno) con quella Euro International Film che per un quindicennio sfornerà i migliori Petri, C’era una volta il west e Giù la testa di Leone, gli Avati ancora folli e bizzarri degli inizi.

Ma per capire Cicogna c’è anche Pasolini che sbuffa, si lamenta, e infine viene obbligato a prendere Terence Stamp (e non “quei suoi attori”) per Teorema; Giuseppe Patroni Griffi preso per il bavero dopo l’ennesimo ritardo in sala di proiezione sbattuto dentro un ascensore e cacciato come un parvenu qualunque. Figlia di conti milanesi da parte di padre e ricca borghesia veneziana da parte di madre, Cicogna è stata l’apostrofo elegante e pragmatico in un’industria cinematografica ancora vitalissima dove il concetto di autorialità e di messaggio si incrociavano in maniera naturale con popolarità e star system. Il documentario di Bettinetti parte proprio da quel Lido al presente tra gli stucchi dell’Excelsior e da quel festival di Venezia al passato remoto, creazione di nonno Conte Volpi di Misurata, con Marina bambina e fanciulla in foto sulla spiaggia, tra le cabine extralusso, assieme ai divi di Hollywood e Cinecittà (inciso: che straordinario lavoro di raccolta e inserimento pertinente di scatti fotografici nel tessuto narrativo ha questo film, eh?).

Poi subito la faccenda dell’Oscar. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto che nel 1971 vince addirittura a sorpresa. Oggi avremmo collegamenti 24 ore su 24. All’epoca a Los Angeles non c’erano né Elio Petri né Gian Maria Volonté (membri e attivisti del Partito Comunista non ottenevano visti), ma nemmeno Cicogna che poi quell’Oscar mai lo potè toccare con mano e tenerlo in bacheca (lo conserva Paola Petri, ndr). Indagine è la chiave per comprendere il senso del suo lavoro di produttrice. Il democristianissimo Gianluigi Rondi le dà della matta, Zeffirelli le toglie il saluto, ma lei ancora oggi ne declama l’ovvio, lampante valore artistico e politico. Poi ancora una brillante intuitiva disamina sulle capacità attorialità di Volontè che nemmeno uno storico del cinema; o ancora la ricerca di una definizione e collocazione del ruolo del produttore nel rapporto con il regista del film (“quando gira non gli rompevo le palle, poi al montaggio dicevo la mia”), Cicogna appare decisionista e autoritaria come i colleghi maschi, ma anche straordinariamente donna nella capacità di imporsi senza fingere, mentire, strafare.

Accanto ai grandi produttori di Hollywood in giovane età (David O. Selznick vi dice nulla? e ancora foto…), amica confidente prossima di Valentino (lo stilista), di mezzo pianeta della moda milanese (Maison Gucci), nonché sentimentalmente legata a donne da quando era ragazza: prima l’attrice Florinda Bolkan e oggi l’attuale compagna Elisabetta. La “libertà per le donne di auto accettarsi” e autoaffermarsi prima di tutto, la ribellione chic del capitalista che foraggia il messaggio politico anticapitalista a livello industriale poi. Provate a ricordare un film come Uomini contro di Francesco Rosi, autentica scommessa pacifista e antimilitarista italianissima da far invidia a qualsiasi Soldato blu o Comma 22. Peculiarità assoluta, però, del lavoro di Bettinetti è quella di tagliare e cucire un tessuto narrativo che si rispecchia mai ruffiano nel riflesso dello splendore della scia e dello charme nobiliare, spaziando carsico dall’attuale (“cara hai fatto il vaccino?” le dice la nipote Ginevra Elkann e lei: “Cara, ho fatto il Covid”) all’aneddotico. Al centro questa fascinosa, magnetica, statuaria donna 85enne, “onda perfetta” nel ciuffo canuto, composta e puntuale anche quando il ricordo si fa doloroso, ruvidezza esteriore inscalfibile. Preziosissimo il commento musicale di Fabio Barovero che scorre mimetico sul tema musicale di Morricone in Metti, una sera a cena di Patroni Griffi, prodotto ca va sans dire dalla Cicogna.

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