Identità e diversità. Passando attraverso lo scambio, la finzione, la menzogna. Questi i due grandi temi che sembrano caratterizzare le opere principali della seconda giornata della 16ma Festa del Cinema di Roma, intersecando il ricco programma della parallela e convergente Alice nella Città. Non v’è dubbio, infatti, che di identità e diversità trattino il bell’esordio di Rebecca Hall in regia, Passing, il discreto romanzo di formazione “in musical” Dear Evan Hansen di Stephen Chbosky e l’intimo L’Arminuta di Giuseppe Bonito.

Ambientato nella Harlem dei vibranti anni Venti, s’ispira al romanzo di Nella Larsen del 1929 e mette in scena il rapporto fra due amiche d’infanzia che si ritrovano adulte dentro a un mondo che le vuole “diverse” per accettarle, ovvero bianche. Con le ottime Tessa Thompson e Ruth Negga protagoniste, Passing rivela la polivalenza del suo titolo (passaggio, transizione, scomparsa..) già nella sua forma: un bianco e nero molto luminoso dentro al formato 4/3 che evidenzia i caratteri rispetto al loro sfondo. Premiato dalla giuria del Sundance Film Festival, presentato di recente anche al BFI London Film Festival, l’opera prima dell’attrice britannica contiene elementi autobiografici essendo lei figlia di un soprano afro-americana di carnagione chiara. Irene e Clare, questi i nomi delle due donne, sono diversamente ossessionate dalla ricerca di un’identità che permetta loro di vivere serenamente il tempo e il luogo loro destinati. Ma mentre la prima abita nella black & jazzy Harlem con marito e figli “fieri” di essere neri e pronti a diventare attivisti, la seconda si è fatta bionda dissimulandosi e mescolandosi tra i bianchi, così come bianco (e razzista) è peraltro suo marito. Il film è suggestivo per vari aspetti, non per ultimo per come mette in scena il trascorrere del tempo sviluppando una narrazione sempre più soggettiva nella crescente ossessione del personaggio di Irene, che permane come punto di vista del racconto.

Più convenzionale se non per il suo essere “virato” in musical è Dear Evan Hansen, diretto dal regista divenuto famoso per Wonder. Trasposizione cinematografica dell’omonimo show teatrale del 2015 su musiche del noto duo Pasek & Paul, gli autori di La La Land, su libretto di Steven Levenson, è il racconto di un 17enne depresso e affetto da crisi di ansia e panico. Incapace di affermarsi presso i suoi coetanei, vive solitario con la madre single. Il twist della storia avviene quando il ragazzo è coinvolto in un evento drammatico: da quel momento Evan diviene protagonista di una “narrazione” tutta personale e non esattamente veritiera. Senza spoilerare una trama piuttosto curiosa, il film è un classico viaggio nel coming of age nutrito dal noto concetto per cui la normalità è solo un’utopia conveniente al benessere psicologico: da vicino nessuno è normale recitava di fatto il proverbio che può fungere da sottotitolo a questo Bildungsroman. L’aspetto certamente più notevole è dato dalle performance degli interpreti fra cui le canore “mamme” Amy Adams e Julianne Moore.

Intimista, silenzioso e a suo modo poetico è infine L’Arminuta di Giuseppe Bonito, noto per la regia di Figli su sceneggiatura del compianto Mattia Torre. Adattamento dell’omonimo romanzo di Donatella di Pietrantonio – che per il libro vinse il Campiello nel 2017 – si dispiega nelle ruvidità delle montagne abruzzesi del 1975, mettendo in scena una14enne dai rossi e folti capelli (detta Arminuta, la brava Sofia Fiore) che viene improvvisamente “deportata” da una famiglia adottiva a quella dei suoi veri genitori. Anche qui il genere principe è il romanzo di formazione che interseca la ricerca di identità nel contesto di una “diversità” percepita di sé dalla protagonista. Migliore di premesse e promesse, il film di Bonito è purtroppo poco incisivo drammaturgicamente, ma resta comunque un discreto sguardo su una generazione – e un mondo – che non esistono più.

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