Infantile come Betty Boop, caricaturale, esagerata in gesti, trucco e parole. Ma anche genuina, sincera, aperta verso chiunque e a suo modo avanguardista. Tammy Faye LaValley ha incarnato tutto questo, rivelandosi quale uno dei grandi personaggi tragici dello show biz americano tra gli anni ’70 e ‘90, nella sua peggior forma possibile in quanto applicato all’esperienza intima della fede religiosa. Jessica Chastain, star assoluta della giornata inaugurale della 16ma Festa del Cinema di Roma, ha scelto di produrre e interpretare The Eyes of Tammy Faye (Gli occhi di Tammy Faye), film d’apertura di kermesse, essenzialmente per provocare, rivelando quel che i media e il gossip non avevano mai voluto dire e mostrare di lei.

Diretto da Michael Showalter, il film nasce dalla visione fatta da Chastain di un documentario su Tammy Faye e suo marito Jim Bakker, considerati i pionieri dei tele-predicatori-commercianti per aver fondato nel 1974 The PTL (Praise the Lord) Club, noto anche come The Jim and Tammy Show, e successivamente come PTL Today e Heritage Today. Si trattava del programma televisivo di punta della rete PTL Satellite Network, fondata da Jim Bakker, che generò più di 120 milioni di spettatori all’anno negli anni Settanta. Gay non dichiarato, Jim generò scandali per la sua condotta personale e per truffe di vario tipo, trascinando Tammy Faye nel baratro finché i due divorziarono. Dopo essere stati ingannati dal reverendo evangelico ultraconservatore Jerry Falwell, i due furono per lunghi anni denigrati e condannati dall’opinione pubblica, con Jim addirittura incarcerato.

Entrando con cura e amore nella non facile “persona” di Tammy Faye, Chastain ha dato vita a una performance magistrale (anche canora), certamente degna di entrare nella cinquina dei prossimi Oscar. Per interpretare la anchorwoman biblica scomparsa nel 2007, l’attrice ha evitato di incontrare il vero Jim Bakker, tuttora vivente, per evitare di farsi condizionare, del resto il film nasce dal punto di vista della donna. “Non ho mai guidato Tammy Faye, non posso sapere cosa passasse nella sua testa ma di certo immagino credesse in qualcosa di grande che connettesse tutto e tutti: lei chiudeva gli occhi e pregava. Era ossessionata che tutti sentissero quello che sentiva lei, che sostanzialmente era amore. Quell’amore che che aveva salvato la sua vita, anche da bimba reietta. Mi sono fatta guidare dalla sua risata, che tanto assomigliava a un pianto di disperazione” ha dichiarato l’attrice alla conferenza stampa. E la sua presenza nel film, accanto alla validissima performance di Andrew Garfield nei panni di Jim, costituisce l’unico vero valore di questo biopic troppo appoggiato sul genere senza il minimo tentativo di una rielaborazione linguistica.

Protagonista anche di uno degli Incontri Ravvicinati così amati dal pubblico della Festa capitolina, Jessica Chastain ha brevemente passato in rassegna alcuni dei suoi più iconici ruoli sottolineando la costante di un rapporto “umanista” con ciascuno di essi, alla ricerca di un “seme da far diventare una vera connessione, anche quando si tratta di donne molto diverse da me”.

L’attrice, amatissima da pubblico e critica internazionali fin dalle sue prime apparizioni nei teatri e sui set, è stata di recente portata in trionfo nella serie HBO Scene da un matrimonio tuttora visibile su Sky e presentato in premiere mondiale all’ultima Mostra veneziana. “In quel caso – ha spiegato la performer – il mio approccio è arrivato dall’interno; lavorando poi con un amico di sempre come Oscar Isaac è stato meraviglioso e crudele fronteggiarci alla pari, qualcosa di molto prezioso e unico per noi attori”.

Ma la sua commozione, inattesa e stupenda, è arrivata quando sullo schermo alle sue spalle è passata una clip da The Tree of Life di Terrence Malick. “Non vedo il film da 10 anni.. sono commossa… Terry non insegna a recitare, ti dice ‘non leggete mai la sceneggiatura, è scritta sull’acqua. Piuttosto sentite e vivete il momento’. Malick ti insegna a diventare un essere umano, ecco perché mi commuovo. Questo è il film preferito a cui ho partecipato, è stato incredibile farne parte per me come essere umano, lo considero separato dalla mia carriera perché non lo sento come un film, ma come una poesia visuale. È l’unico film che non sono stata in grado di rivedere per tutto quello che rappresenta. Sapevo che avrei pianto”.

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