Fra i tanti postumi sociali della pandemia ce n’è uno apparentemente minore i cui effetti dilagano qua e là lungo lo stivale, favoriti da dirigenti che interpretano l’autonomia scolastica come prerogativa a senso unico: la scuola è mia e faccio ciò che voglio. La pagano caro bambini e famiglie, ma questa è l’Italia, il paese che ancora considera l’autonomia scolastica come una grande conquista, perfino quando i suoi effetti farebbero pensare al contrario.

Si tratta della fine del “diritto alla nanna” per i bambini dai 3 ai 5 anni che frequentano le scuole dell’infanzia (le ex scuole materne), fatto che rende difficile la frequenza pomeridiana dei più piccoli fra loro. La scusa recente sono il Covid e le procedure di sanificazione, che sarebbero tali da impedire il gravoso impegno di spostare i lettini, pulire locali per la nanna e/o le aule in cui i più piccoli possono riposare dopo il pranzo. Ante Covid, ma in modo più circoscritto, il “diritto alla nanna” era stato messo in discussione tirando in ballo le condizioni dei locali (a volte era anche vero), poi col refrain per cui i contratti di lavoro delle bidelle che non lo prevederebbero.

Poi sono arrivate le riaperture e i regolamenti per affrontare il ritorno a scuola (in nessuno si parla di eliminare la nanna) e non c’è stato neanche più bisogno di cercare altri pretesti. Se il pargolo treenne non riesce a fare a meno della nanna postprandiale, i nonni possono venire a prenderselo, oppure i genitori possono cambiarlo di scuola cercandone una con personale più incline a privilegiare la cura e l’educazione dei piccoli, a partire dal rispetto dei loro ritmi naturali. Ce ne sono ancora, così come ci sono ancora dirigenti che gestiscono le scuole con la consapevolezza di dover rendere il migliore servizio possibile all’utenza, rappresentando con dignità e serietà lo Stato per cui lavorano.

Per accompagnare la cancellazione della nanna – a iscrizioni concluse, dunque con le bidelle e le maestre assunte come se i bimbi stessero a scuola tutto il giorno -, i dirigenti hanno dovuto istituire di un nuovo orario di uscita, alle 13. Il/la dirigente è felice perché le bidelle lo/la amano e le maestre anche. I genitori che lavorano e non hanno nonni da mobilitare? Si aggiustino, se non hanno trovato una “scuola con nanna” che accetti l’inserimento tardivo del loro pargolo, possono sempre mandarlo in una privata.

Così si chiude il cerchio: dirigenza che lavora a sottrarre incombenze alla scuola, così che il meno diventa l’operazione principe: bambini, incombenze, impegni, formazione e aggiornamento, rapporti con le famiglie, attenzione alla qualità. Risultato: scuola pubblica che si squalifica e si impoverisce di quella varietà sociale che è la sua forza, costringendo le famiglie più attente e abbienti a cercare una soluzione nella paritaria (lì si dorme, eccome!) o nella privata (parentale) per qualificare l’istruzione dei bimbi e dei giovani. Nelle scuole dell’infanzia sotto attacco è la nanna, esempio emblematico di saldatura fra educazione e assistenza

Nelle scuole primarie sono gli inizi a singhiozzo – non già per il Covid, ma banalmente perché mancano gli insegnanti – e l’eterna incertezza delle disposizioni dirigenziali e ministeriali che vanno a sommarsi a quella dei nostri tempi difficili. E via salendo lungo i gradi di un sistema scolastico dove neanche l’entrata differenziata viene davvero messa in campo per ridurre l’affollamento sui mezzi di trasporto.

Tornando alla nanna, giova ricordare che la scuola dell’infanzia nasce proprio per rispondere nel modo più efficace moderno al bisogno centrale della società di massa: “sollevare dalla cura dei figli” uomini e donne lavoratori (assistenza), costituire il primo importante momento di socializzazione dei bambini e aiutarli a strutturare i fondamenti dell’istruzione e dell’educazione in un ambiente il più possibile a loro misura. Le Indicazioni Nazionali del 2008 tuttora in vigore sostengono che “[nell’organizzazione della giornata]si esplica in un’equilibrata integrazione di momenti di cura, di relazione, di apprendimento, dove le stesse routine (l’ingresso, il pasto, la cura del corpo, il riposo, ecc.) svolgono una funzione di regolazione dei ritmi della giornata e si offrono come base sicura per nuove esperienze e nuove sollecitazioni”

È veramente il colmo che in nome dell’autonomia scolastica – lo strumento con cui si pensava di qualificare il servizio rendendolo più “vicino” alle realtà territoriali del paese – i piccoli allievi e le loro famiglie siano costretti ad arrangiarsi per usufruire di un servizio pubblico senza doversi licenziare dal lavoro o mettere sotto tiro i parenti più prossimi. Questo perché, come in molte “riforme all’italiana”, ne manca un pezzo: quello dei controlli. Gli stessi che garantiscono non solo l’utenza, ma anche e soprattutto quella parte di dirigenti, docenti, ausiliari che il loro lavoro lo fanno con coscienza e attenzione e che sono costantemente squalificati da vicende come questa.

Piccola storia, ma così significativa di un paese alla deriva che quasi viene voglia di ribellarsi.

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