Ascoltato, amato e coccolato dai giornalisti per la sua schiettezza e la sua autorevolezza, l’infettivologo Massimo Galli va in pensione. Lo scienziato e docente universitario però promette di continuare a lottare in due interviste: “Non abbandono la trincea. Noi medici, assieme ai magistrati, siamo quel genere di persone che non vorrebbero mai andare. Però a Milano si dice: ‘Zucche e meloni alla loro stagione’. E dietro di me c’è chi merita di prendere questo posto”. Galli al Corriere della Sera ricorda che “il mio mestiere impone di indossare la corazza. Ma questa pandemia lascia cicatrici. Ci sono lutti difficili da dimenticare e mi tornano in mente anche tanti amici che ho visto morire di Aids. Gran parte della mia vita professionale l’ho passata a cercare una cura che frenasse quella malattia”.

Quanto al Covid, “penso che verrà derubricato – afferma il primario di Malattie infettive al Sacco di Milano – Anthony Fauci parla della prossima primavera. Ma serve non perdere il ritmo della campagna vaccinale. E da sotto questo aspetto devo dire che in Italia abbiamo fatto meglio di tanti altri. Non sono mai stato pessimista da questo punto di vista – chiarisce – Ero preoccupato dalle dosi a nostra disposizione. Una persona che mi ha colpito in questi mesi? Guido Bertolaso per quello che ha fatto in Lombardia: è difficile per un tecnico prestarsi alla politica”.

Galli parla poi della propria presenza in tv, da molti ritenuta eccessiva: “La moda dei virologi mi fa arrabbiare – dichiara – Sono, come molti colleghi, invitato in continuazione in tv. Ma il committente è la gente. Per quell’enorme necessità di informazione e di dibattito in materia. Non siamo noi a reclamare spazi. E comunque per il mio futuro spero di no, ma temo di sì. Guardate le mie pubblicazioni: sono più di 60 da inizio 2000. Agli ignoranti della politica che dicono più microscopi e meno tv, dico di avere più attenzioni al destino degli italiani e meno ricerca del consenso elettorale. Vado in tv, come sto in ospedale. Per fortuna dormo poco”.

Una volta in pensione “non smetterò di studiare dice Galli – La mia passione per la storia delle epidemie mi porterà ad approfondire un grande libro. Quel faldone che raccoglie tutti i morti di Milano dal 1452. Un territorio inesplorato da digitalizzare. E poi voglio scrivere libri: ho anche un romanzo nel cassetto. L’errore più grande in 20 mesi di pandemia? Il 20 febbraio del 2020 ero speranzoso che l’avremmo scampata, che il virus avrebbe girato largo: ragionavo sui parametri della Sars. Mi guardavo allo specchio e mi chiedevo come avrei potuto chiedere alla politica di fermare tutto e adottare misure restrittive. Inoltre, a maggio gridavo che stavamo togliendo le restrizioni troppo presto. Penso che abbiamo aperto in una finestra fortunata. Ci è andata di lusso, se la variante Delta fosse arrivata un pelo prima sarebbe stato un altro disastro”.

“Un’epidemia così mancava da un secolo – conclude – ha sottolineato la precarietà della vita umana. È come se la gente pensasse che con la tecnologia la medicina avrebbe potuto salvarci da tutto, che avremmo vissuto sempre a lungo felici e contenti. Invece i giovani d’oggi la racconteranno ai loro nipoti. Sperando che la memoria li aiuti a costruire un sistema sanitario con le spalle abbastanza larghe ad evitare che una cosa del genere si ripeta troppo presto”.

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