Ammanettato dentro alla gabbia degli imputati. E’ questo il trattamento riservato a Patrick Zaki durante la prima udienza del suo processo al tribunale di Mansura. Il giovane ha salutato a mani giunte una dozzina di parenti, attivisti e i due diplomatici italiani in aula. L’udienza è durata solo cinque minuti e lo studente egiziano dell’università di Bologna ha preso la parola lamentando in sostanza di essere stato detenuto oltre il periodo legalmente ammesso per i reati minori di cui è accusato adesso. Anche la sua legale, Hoda Nasrallah, ha sostenuto la stessa tesi chiedendone il rilascio o almeno l’accesso al dossier che lo riguarda. L’avvocata ha chiesto l’accesso al fascicolo per avere certezza che le accuse di istigazione al terrorismo siano effettivamente decadute, come sembra dalla natura della Corte.

Barba, occhiali e codino, Patrick era vestito tutto di bianco con camicia, pantaloni larghi e scarpe da tennis. Ha parlato con impeto davanti a un giudice principale, uno a latere e un cancelliere. Nella gabbia si sono alternati quattro o cinque imputati seduti su due panche, i primi giunti ammanettati gli uni agli altri. Alla fine dell’udienza un poliziotto ha annunciato che il processo è stato aggiornato al 28 settembre: lo studente egiziano dell’università di Bologna rimarrà in carcere fino a quella data.

Oltre ai quattro diplomatici in aula è presente anche una legale per conto dell’Ue e un dirigente di Eipr, l’ong egiziana per cui lavorava Zaki. La notizia del rinvio a giudizio di Zaki è arrivata ieri: in caso di condanna al massimo della pena prevista per questo tipo di reato, il giovane rischia in teoria di rimanere in carcere altri 3 anni e 5 mesi. Pena dalla quale sarebbero sottratti i 19 mesi di custodia cautelare. “Non abbiamo motivo di immaginare che la pena sarebbe conteggiata diversamente”, ha detto Lobna Darwish dell’Eipr. Si desume dunque che, in caso di una sentenza inferiore ai 19 mesi, vi sarebbe un’immediata scarcerazione. “Qualsiasi egiziano che ha pubblicato notizie, comunicazioni o indiscrezioni sulla situazione interna in modo tale da danneggiare lo Stato e gli interessi nazionali sarà condannato al carcere tra i 6 mesi e 5 anni e a una multa tra 100 a 500 sterline egiziane ai sensi dell’articolo 80 della legge”, avevano ricordato all’agenzia Ansa nel giugno scorso fonti giudiziarie riferendosi al caso di Patrick.

Zaki era stato arrestato il 7 febbraio 2020, ossia più di 19 mesi fa: la custodia cautelare in Egitto, infatti, può durare due anni con possibilità di prolungamenti se, durante le indagini, emergono nuovi elementi d’accusa. “Purtroppo – spiega Noury – era previsto che con l’approssimarsi della fine della detenzione preventiva dei 24 mesi, da quell’enorme castello di prove segrete mai messe a disposizione della difesa sarebbe presa una delle tante per mandarlo a processo. È uno scritto del 2019 in cui Patrick avrebbe preso le difese della minoranza copta perseguitata in Egitto”. All’inizio il totale delle accuse a suo carico era basato su dieci post di un account Facebook che i suoi legali considerano fake ma che hanno configurato fra l’altro la “diffusione di notizie false”, “l’incitamento alla protesta” e “l’istigazione alla violenza e ai crimini terroristici”. La mobilitazione della politica e della società civile in suo favore in Italia è culminata istituzionalmente in una richiesta della Camera dei deputati al Governo di fornirgli la cittadinanza italiana. “È evidente che a Zaki sono negate le più elementari garanzie dello stato di diritto; lo ripetiamo da mesi e abbiamo già la risposta. C’è un voto del Parlamento, al quale il governo deve dare seguito concedendo la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. Così sarà più semplice dare sostegno a Zaki – diventato nostro concittadino – nella sua battaglia per la libertà e per la giustizia”, dice Monica Cirinnà, senatrice del Pd.

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