“Nonostante l’importanza crescente di questo tema nel dibattito pubblico e nel mondo politico, le banche europee non hanno ridotto in modo significativo il ricorso ai paradisi fiscali“. Gli istituti europei realizzano tuttora ogni anno circa 20 miliardi di euro di profitti, il 14% del totale, in 17 Paesi con fiscalità favorevole. E’ quanto evidenzia un rapporto dell’Osservatorio europeo sulla fiscalità, centro di ricerca indipendente della Scuola d’economia di Parigi diretto dall’economista Gabriel Zucman.

Tra gli istituti europei che più utilizzano questo modus operandi c’è, secondo il report firmato da Giulia Aliprandi, Mona Barake e Paul-Emmanuel Chouc, Monte dei Paschi di Siena: quasi il 50% degli utili pre tasse nel periodo 2018-20 è stato contabilizzato in questi territori (contro il 30% nel biennio 2014-2016). Ma il dato è influenzato dal fatto che nel 2019 e 2020 l’istituto senese ha registrato ingenti perdite e il rapporto non tiene in considerazione gli anni di rosso. Questo fattore pesa anche sui dati relativi a Intesa SanPaolo, che risulta seconda nella lista degli istituti che nel biennio 2018-2020 hanno visto aumentare di più (al 24,6% dal 12,5% precedente) la quota di profitti registrata nei paradisi rispetto agli anni dal 2014 al 2016: Intesa ha chiuso lo scorso anno in forte perdita. Unicredit risulta invece aver ridotto la quota di profitti nei paradisi al 4%.

L’Osservatorio ha preso in esame i dati pubblici di 36 istituti nel periodo 2014-20, anche per capire se l’obbligo di pubblicare i dati Paese per Paese – scattato appunto nel 2014 – abbia “invogliato” le banche a ridurre il ricorso ai paradisi. Diciassette i Paesi individuati come destinazione privilegiata dei profitti: da Bahamas, Isole vergini britanniche, Cayman, Jersey e Guernesey, Gibilterra e Hong Kong fino a Malta e Lussemburgo. Paesi, osserva lo studio, dove gli utili per dipendente arrivano a 238mila euro a fronte dei 65mila degli altri territori. Questo proprio perché i grandi gruppi spostano lì i profitti realizzati altrove.

Hsbc risulta essere l’istituto che ha più familiarità con questa pratica avendo contabilizzato il 62% degli utili pre-tasse in Paesi con fiscalità agevolata tra il 2018 e il 2020. Al secondo posto c’è appunto il Monte dei Paschi di Siena con il 49,8% nel periodo 2018-20: peraltro alla banca toscana spetta la variazione più significativa rispetto al triennio 2014-16 in cui la quota era del 30,3%. Standard Chartered è terza nel 2018-20 con il 30% circa. Tra le altre banche italiane considerate, Intesa Sanpaolo ha una quota di utili pre-tasse che fanno capo a questi Paesi pari al 24,6% nel 2018-20 (era il 12,5% nel 2014-16), Unicredit del 4,1% nell’ultimo triennio (era l’11%).

Il report arriva alla conclusione che introdurre un’aliquota minima globale del 15%, come previsto dagli “accordicchi” trovati in sede G7 e G20, consentirebbe di recuperare dai 3 ai 5 miliardi l’anno, il 13% in più rispetto a quanto gli istituti pagano attualmente. Gli introiti raccolti con un’aliquota minima del 21% ammonterebbero invece a 6-9 miliardi l’anno. Se si riuscisse ad arrivare al 25%, il bottino raccolto dagli stati aumenterebbe di 10-13 miliardi l’anno.

Mps ha fatto sapere che ‘la ricerca pubblicata da EU Tax Observatory non rappresenta correttamente la realtà” della banca “in quanto basata su informazioni incomplete. Sono in corso contatti con EU Tax Observatory per chiarire la situazione. Presumibilmente, tra le altre cose, è stato considerato solo l’utile registrato in Lussemburgo nel 2018 senza tener conto della perdita di analogo importo riportata nel medesimo paese nel corso del 2017. Una lettura disgiunta dell’utile 2018 dalla perdita 2017 è impropria essendo risultati collegati tra loro ed entrambi connessi all’esecuzione del burden sharing degli strumenti subordinati, nel contesto della ricapitalizzazione precauzionale completata nel 2017′.

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