“Sfruttare l’iniquità dei vaccini: un crimine contro l’umanità?”. È il titolo di un editoriale pubblicato sul sito del British Medical Journal (Bmj) lo scorso 16 agosto in cui si denuncia un vero e proprio apartheid vaccinale nei confronti dei 50 paesi più poveri che hanno ricevuto solo il 2% delle dosi di vaccino disponibili contro il Covid-19. Paesi dove vive il 20% della popolazione mondiale.

I Paesi ricchi hanno acquistato più dosi possibili di vaccini – in alcuni casi pagando anche un prezzo maggiorato – lasciando relativamente poche dosi ai Paesi più poveri. “La Gran Bretagna – si legge nell’editoriale – si è procurata dosi sufficienti per quattro volte la sua popolazione, mentre alla fine del 2021 i Paesi ricchi avranno accumulato un miliardo di dosi inutilizzate. Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha definito questa ineguaglianza ‘assurda’, un modo per diffondere varianti virali capaci di sfuggire ai vaccini, e un oltraggio morale”. Gli scienziati da mesi ricordano che vaccinare tutti in tutti i paesi è l’unico modo per abbassare il rischio di sviluppo di varianti che resistano ai vaccini e che in un mondo globalizzato non si può pensare di arginare il virus in una sola parte del mondo.

Tutto questo, nota ancora l’editoriale, “mentre le case farmaceutiche si stanno arricchendo con la vendita dei vaccini”. “Nei primi tre mesi del 2021 Pfizer (la prima a ricevere un’autorizzazione, ndr) ha incassato 3 miliardi di euro e ha registrato utili per centinaia di milioni. Moderna, che ha ricevuto aiuti pubblici per il suo vaccino, guadagnerà diversi miliardi di dollari dalla vendita dei vaccini, mentre AstraZeneca, con il suo modello no-profit, registrerà profitti di milioni”.

Un atto di accusa verso “il mondo ricco” che “si rifiuta di condividere i vaccini con i paesi più poveri in modo rapido o equo. Mentre il 60% della popolazione nel Regno Unito è completamente vaccinato, in Uganda è solo l’1%. L’Oms chiede che le nazioni ricche interrompano le vaccinazioni di richiamo e inviino invece dosi alle nazioni meno ricche. Tuttavia – prosegue l’editoriale – Pfizer si aspetta che le nazioni ricche ignorino l’Oms e raccomandino i richiami, contribuendo ad aumentare le sue entrate”. E alcuni paesi, come Israele, hanno già iniziato a somministrare la terza dose alla popolazione e altri come Stati Uniti, Germania e il resto d’Europa lo faranno a breve.

“Arricchirsi grazie alla pandemia – aggiunge l’editoriale – è, dal nostro punto di vista, una violazione dei diritti umani che richiede un’indagine ed esami minuziosi. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma che tutti abbiamo il diritto ‘di condividere e beneficiare delle scoperte scientifiche. Queste hanno portato ad un’accelerazione nello sviluppo del vaccino contro il Covid-19, che riducono il rischio di ricovero e di morte”.

Nell’editoriale si ricorda che cercare di evitare questa distorsione lo scorso anno è stato lanciato un meccanismo globale di condivisione dei vaccini chiamato Covax. “Progettata come una potenza globale, Covax mirava ad acquistare dosi sufficienti per vaccinare almeno il 20% delle persone in 92 paesi più poveri entro la fine del 2021. 20 È ben lontano dall’obiettivo. Le nazioni ricche hanno spinto Covax in fondo alla coda degli acquirenti, e ha lottato con l’approvvigionamento, consegnando solo 163 milioni di dosi, molto al di sotto dei miliardi di dosi necessarie. 22 Con delusione, il G7 ha accettato di donare a Covax meno dell’8% delle dosi richieste”. E a inizio luglio in Africa sono stati consegnati vaccini ancora da certificare e che non danno diritto al Green pass. Un disastro che ha portato la rivista The Lancet a definire Covax: “Una bella idea che si è trasformata in un incubo”.

Inutili i richiami sui brevetti. “I governi di India e Sudafrica stanno portando avanti una proposta per rinunciare temporaneamente alla protezione della proprietà intellettuale sulle tecnologie covid-19, sostenuta da oltre 100 paesi. Ma i produttori di vaccini e molti paesi ricchi stanno lavorando instancabilmente per bloccare le discussioni sulle deroghe presso l’Organizzazione mondiale del commercio, che a sua volta sta agendo con lentezza”.

L’editoriale su Bmj

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