Diversi anni fa uno dei miei compagni di ascensioni, Cesare Castellani, e io decidemmo di risalire il Vallone di Forzo, dormire al bivacco Davito e poi raggiungere la vetta della Grande Arolla. Per chi non conoscesse i luoghi, il Vallone di Forzo è uno degli angoli più appartati e selvaggi del Parco Nazionale del Gran Paradiso (Pngp), e la Grande Arolla una bella cima non difficile alla sua testata. Per tutti e due i giorni, in cui non incontrammo anima viva, fummo dominati dalla mole di un’altra bellissima montagna, che si staglia in tutta la sua imponenza ed è già ben visibile dalla pianura: il Monveso di Forzo.

Oggi questa montagna è al centro di un dibattito culturale nato da un’idea di Toni Farina, rappresentante delle associazioni ambientaliste all’interno del Pngp, e da Antonio Mingozzi, già direttore del parco stesso. L’idea è questa: individuare nel Monveso di Forzo una montagna sacra. Devo dire che, quando per la prima volta ho sentito parlare di questo progetto, ho avuto delle perplessità, pensando che le montagne sacre nel mondo sono legate a sentimenti religiosi insiti nelle popolazioni locali e che oggi – complice l’avanzata del turismo e del colonialismo culturale occidentale e non solo – questo spirito di sacralità ha perso buona parte del suo significato originario.

Ne è testimonianza una facile ricerca che potete fare in rete: digitate “montagne sacre” e vi appariranno le loro frequentazioni e scalate. Esemplare l’Everest, dove, nella bella stagione, code ininterrotte di pseudo alpinisti con guide e portatori vengono praticamente issate sulla cima, passando da un mancorrente e una scaletta all’altra. Poi ho approfondito l’argomento, complice, in ultimo, un appello pubblicato sul blog di Alessandro Gogna, appello sottoscritto da molti rappresentanti della cultura italiana, non necessariamente ambientalisti, e motivato dal fatto che, in data 13 luglio scorso, il Presidente dell’area protetta Italo Cerise e tutti i consiglieri si sono espressi contro l’ipotesi che l’ente parco faccia proprio il progetto presentato da Toni Farina.

Ma cosa significa dunque, nel caso di specie, “montagna sacra” e quali sono le motivazioni alla base? La motivazione principale è ragionare sul concetto di limite. In un mondo in cui l’uomo non conosce più il concetto di finitezza, tant’è che continua a s-parlare di sviluppo, quasi che fosse possibile uno sviluppo infinito in un contesto finito – e in cui, tra l’altro, la maggiore industria al mondo e più impattante è quella legata al turismo (anche nelle aree protette, sempre più frequentate) – istituire simbolicamente un luogo inaccessibile può forse agevolare un piccolo (non ci illudiamo) aumento di sensibilità nella gente.

“Simbolicamente” perché la proposta non va nella direzione di una apposizione di divieto (tale sarebbe una riserva integrale), ma solo nel suggerimento di un consiglio: “non andate lì”, “lasciatela così, solitaria, maestosa e senza esseri umani”. Una montagna sacra in senso laico, non religioso, che rimanda a quel concetto greco di hybris, completamente assente nell’uomo moderno. Una montagna da “consacrare” il prossimo anno, perché il 2022 sarà il centenario dell’istituzione del Pngp, e sarebbe un bel modo di festeggiare.

Questa idea di Farina e Mengozzi va del tutto controcorrente nel periodo geologico dell’Antropocene, in cui i parchi sono sempre più isole, in cui nei parchi degli Stati Uniti cadono mille tonnellate di microplastiche all’anno e chissà quante tonnellate ne cadono sul Gran Paradiso, a due passi da una delle aree più inquinate d’Europa, la Pianura Padana. Un sogno immerso in una realtà terribile. Ma, come si dice, “sognare è lecito”.

Per aderire e sottoscrivere il progetto, è sufficiente inviare una mail a montagnasacra22@gmail.com, indicando chi si è e la propria eventuale qualifica.

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