L’indagine sui “finanziamenti dall’estero” alle organizzazioni non governative operanti in Egitto, nota come “caso 173”, ha ormai raggiunto 10 anni: un periodo nel quale l’assalto ai gruppi della società civile è andato di pari passo col peggioramento della situazione dei diritti umani nel paese.

La prima parte dell’indagine avviata nel 2011 aveva riguardato l’operato delle organizzazioni non governative internazionali in Egitto e si era conclusa nel dicembre 2018 con l’assoluzione di 43 imputati, egiziani e non, che nel giugno 2013 erano stati condannati a pene da uno a cinque anni di carcere.

Il secondo filone dell’indagine riguarda direttamente le Ong egiziane e coinvolge decine di persone: senza che siano mai state processate, a 31 di loro da anni è vietato viaggiare all’estero mentre a una quindicina sono stati congelati i beni.

Nell’ultimo mese sono stati convocati per interrogatori cinque noti difensori dei diritti umani: l’avvocato Negad al-Borai; Gamal Eid, direttore della Rete araba d’informazione per i diritti umani; Mozn Hassan, direttrice del Centro Nazra per gli studi sul femminismo; Azza Soliman, direttrice del Centro di assistenza legale alle donne egiziane; e Hossam Bahgat, fondatore e direttore dell’Iniziativa egiziana per i diritti delle persone, l’Ong con cui collaborava Patrick Zaki, che l’altro ieri ha superato l’anno e mezzo di detenzione preventiva.

Dietro a tutto questo c’è, come sempre, lo strumento più opprimente del presidente al-Sisi: l’Agenzia per la sicurezza nazionale, che ritiene le Ong locali “soggetti che incitano l’opinione pubblica contro le istituzioni statali” e che hanno l’obiettivo di “distruggere lo stato”, manovrate da “organizzazioni internazionali ostili all’Egitto”, come ad esempio Human Rights Watch e il Comitato per la protezione dei giornalisti.

In questa grafica si possono osservare gli sviluppi del “caso 173” nell’anno 2016. I fascicoli dell’indagine, che hanno superato le 2000 pagine, contengono verbali d’interrogatorio cui sono allegati rapporti, comunicati stampa e altri documenti pubblici redatti dalle Ong locali sulla situazione dei diritti umani in Egitto. L’intento, tutto politico, del “caso 173” è evidente: ridurre al silenzio chi denuncia la repressione del dissenso, la tortura, le sparizioni forzate e la detenzione di migliaia di prigionieri di coscienza.

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