Dimentichiamo in fretta, troppo in fretta. Non abbiamo mai fatto i conti con il passato. Un passato che non passa mai veramente, perché è sempre ben nascosto, celato nei meandri del presente. Tutto continua a scorrere, come acque carsiche invisibili che alimentano un fiume lento e pigro. “Chi non conosce il proprio passato è condannato a ripeterlo” ha scritto George Santayana. Forse, se conoscessimo meglio il nostro, guarderemmo con occhi diversi quelle donne e quegli uomini che oggi rischiano la vita per cercare un domani migliore. E forse sentiremmo un po’ più di compassione per quelli tra di loro che perdono la vita.

Era l’8 agosto, come oggi, 65 anni fa. Da dieci anni, era stato firmato il Protocollo italo-belga, che prevedeva l’invio di 50mila lavoratori in cambio di carbone e nel 1956 erano 44mila i minatori che faticavano nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle. Era un pozzo vecchio, scavato nel 1830 e la manutenzione non era sempre fatta secondo le regole. Anche in questo la storia, tristemente, ritorna.

Quella mattina il lavoro inizia come sempre, ma qualcosa non funziona: due vagoncini escono dalla loro sede e sporgono troppo in fuori. Chi deve manovrare non si accorge dell’inconveniente, forse perché i sistemi di sicurezza non erano funzionanti. I vagoncini sbattono contro una putrella, che trancia una condotta d’olio, i cavi telefonici e due cavi elettrici. Una catena di incidenti, che scatena un incendio proprio nel pozzo di entrata dell’aria. Il fumo, in poco tempo, raggiunge ogni angolo della miniera. Nelle gallerie i minatori tentano di uscire, ma ogni condotto è bloccato. Nulla. Quando due settimane dopo gli addetti riusciranno a raggiungere i pozzi, trovano 262 corpi senza vita: 136 erano italiani. Solo 13 sopravvissero. Anche allora, nelle inchieste che seguirono, ci furono numerosi tentativi di omissioni, per nascondere le colpe, le responsabilità.

La tragedia di Marcinelle è un pezzo della nostra storia che raramente viene ricordato. Questo è l’errore, non solo perché dimenticarla significa mancare di rispetto a quelle vite spezzate, ma perché ricordarla dovrebbe servirci a ricordare chi siamo stati, ricordare che eravamo come coloro che oggi indichiamo come icona di ogni male.

Recita un proverbio africano: “Quando la memoria va a raccogliere rami secchi, ritorna con il fascio di legna che preferisce”. E la nostra memoria ha scordato di raccogliere quei rami lasciati da chi è partito da un paese che non gli dava da mangiare. Le nostre emigrazioni: dimenticate, relegate in pochi e scarni capitoli dei libri di storia o in qualche museo. Affidate a qualche film dal gusto amaro, ma mai fatte veramente nostre. Siamo sempre pronti a celebrare gli eroi delle guerre, morti per la patria, e mai chi da questa stessa patria è stato costretto a partire. Neppure l’ipocrita gloria di un monumento. Essere costretti a emigrare è forse peggio del perdere una guerra. È una sconfitta senza onore – dove il nemico siamo noi stessi. Abbiamo perso la misura del mondo.

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