Mentre il dibattito sul politically correct oscura le peggiori profezie di Orwell – ora qualcuno propone il termine “mestruator” al posto di “donna” – l’idea di dedicare una statua a Margherita Hack, getta un raggio di luce su una città, Milano, che, solo ieri, discuteva se imbrattare o abbattere il busto di Montanelli. E’ interessante il fatto che a lanciare la proposta nel 2019 sia stata milanese venuta da lontano: la sociologa Angelica Vasile, “la consigliera (Pd) che venne dal freddo”.
“Sono nata nel 1984 in una notte d’inverno in Romania, dove faceva ancora più freddo per le restrizioni al consumo energetico imposte da Nicolae Ceaușescu – mi racconta – vivevo a Bucarest in una casa in periferia, con mamma, i suoi 2 fratelli, Mihai e Costi, e i 2 nonni Mamaie e Tataie. Con loro ho avuto un’infanzia felice ma a volte accadevano cose strane. Nel 1988, per esempio, i miei adorati zii, di 15 e 17 anni, al mio risveglio non c’erano più, spariti nel nulla. Nessuno voleva (o poteva) dirmi che erano scappati a piedi dalla Romania, per raggiungere l’Austria. Quando venne rovesciata la dittatura, nel 1989, ricordo i botti che venivano dalla strada, ma anche la gioia della nonna durante il processo all’ex presidente Ceausescu. Per me era stupefacente perché a scuola ero stata educata a considerarlo come un nonno e avevo imparato dozzine di poesie dedicate a lui”

L’anno successivo, nel 1990, abbandonata dal marito, la madre di Angelica decide di emigrare a Milano con la figlia di cinque anni. Per vivere accetta i lavori più umili, però incontra un italiano con cui ricostruisce una famiglia. “Mi mancava molto la mia terra – racconta Angelica – ma avevo un nuovo papà che mi ha molto amata. Vivevamo in un piccolo appartamento. La nuova nonna, Emilia, faceva la custode ed è lei che mi ha insegnato l’italiano. Ascoltava la radio mentre stirava per i signori del palazzo e mi ha insegnato tante cose della cultura italiana, e soprattutto di quella milanese”.

Tornare ogni estate in Romania, ha aiutato Angelica a non dimenticare le sue origini. Ricorda le mele verdi raccolte sull’albero e le decine di cuccioli che insieme a un gruppo di amiche aveva messo in salvo in una città Bucarest, che negli anni ’90 divenne famosa in tutta Europa per i branchi di randagi e per la caccia spietata con cui si era deciso di “ridurli”. “In settembre tornavo sempre a Milano – racconta – la città era così pulita e luminosa rispetto a Bucarest! Non c’erano code ai supermercati e neanche così tanti bambini poveri. Anche il modo di parlare ai bambini era diverso: più dolce, più comprensivo.

A Bucarest non dimenticherò mai una specie di collegio dove sono stata e dove le bacchettate erano la norma”. Angelica racconta che i tempi dell’adolescenza a Milano non furono sempre facili. Sui rumeni incombeva lo stesso stigma che colpiva i rom e lei nascondeva la sua origine, ma a volte i compagni di scuola , che la conoscevano, si beffavano di lei col lessico che sarebbe diventato il marchio del “sovranismo” : “Perché non te ne torni al tuo paese?”, “ E’ tuo parente quello che chiede l’elemosina nel metrò” ? Quella di Angelica è una storia di migrazioni incrociate. Mentre frequenta la quinta Liceo al Tenca, dove scopre la letteratura francese e latina Maurizio, il “secondo padre”, che fa l’elettricista, perde due volte il lavoro. A quel punto i genitori di Angelica decidono di trasferirsi in Austria. “ Io sono rimasta a Milano a casa dei nonni – mi dice Angelica – il nonno Emilio, ex-partigiano, mi ha insegnato quasi tutto quello che so della politica e della Resistenza.”
Conciliando da subito studio e lavoro Angelica si laurea in Economia e finanza alla Statale e consegue un dottorato di ricerca in Economic Sociology. Dopo una serie di esperienze di insegnamento e di volontariato in Italia e all’estero fonda un’associazione contro la violenza sulle donne che si chiama “Fermati Otello”.
“ Mi rendo conto che questa attività è stata anche un modo per riscattare il dolore del mio vissuto – racconta – a 17 anni sono tornata in Romania per cercare mio padre, perché volevo superare il trauma dell’abbandono e anche il ricordo del dolore che aveva inflitto a mia madre. Non lo vedevo da 12 anni ”
Cinque anni fa il Partito democratico le propone la candidatura in Consiglio comunale a Milano dove diventa presidente della commissione Politiche sociali, Salute e Volontariato. Alla domanda su come è nata l’idea di dedicare una statua a Margherita Hack risponde : “L’idea è nata da un’analisi che avevo fatto nel 2019 con un gruppo di amici. A Milano, su 121 monumenti nessuno era dedicato a una donna. A quel punto ho scritto una mozione impegnando il sindaco e la giunta a dedicare una statua una donna che si fosse distinta nell’arte , nella scienza o nell’impegno civico. Fondazione Deloitte ha fornito una rosa di nomi che hanno sottoposto a me e all’assessore alla cultura chiedendo se avevamo delle preferenze. Uno dei nomi proposti era quello di Maria Montessori che, sebbene fosse medico, si è distinta soprattutto nell’educazione. Dato che lo scopo della Fondazione è valorizzare il contributo delle donne nelle materie di Science, Technology, Engineering and Mathematics (Stem) il nome di Margherita Hack mi è sembrato perfetto. Anche per mandare un segnale alle giovani generazioni”

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