In due eleganti volumi di 1600 pagine, Marco Murara pubblica Mozart: le cronache – La biografia mozartiana in oltre duemila documenti dal 1756 al 1792 (editore Zecchini), monumentale nella dimensioni (due volumi per un totale di oltre 1600 pagine) e impegnativo nel costo (129 euro). E’ un ritratto del grande compositore tratteggiato da oltre 2mila documenti e attraverso le parole dei tanti che lo conobbero ed ebbero con lui rapporti diretti o indiretti. La ricca prefazione è di Angelo Foletto, noto critico musicale di Repubblica.

Dottor Murara, lei è notaio: perché tanto interesse per Mozart?
Verso i 12 anni ho ascoltato alla radio il Don Giovanni: rimasi folgorato. Da quel momento Mozart è diventato per me “il” compositore.

Lei abita a Bolzano.
Sì, e lavoro a Egna, fra Trento e Bolzano, sul confine linguistico tedesco-italiano, dove gli atti notarili si redigono nelle due lingue.

Quindi conosce bene il tedesco.
Mi è servito per studiare Mozart. Prima ho tradotto le Lettere della famiglia Mozart: un tedesco diverso dall’odierno, linguaggio colloquiale, grammatica piuttosto fluida. A poco a poco però ci si entra…

Ora ha tradotto le “Cronache”. Ci spieghi cosa sono.
Una “macchina del tempo” che ci porta nel Settecento. Sono documenti coevi, che contengono il nome di Mozart, si riferiscono a lui o a una sua composizione.

Precisamente?
Giornali, riviste, periodici, diari, appunti di viaggio, lettere, documenti ufficiali, frontespizi delle prime edizioni e così via: dal 1756, l’anno di nascita, al 1792, l’anno dopo la morte.

Perché il 1792?
Mozart morì nel dicembre 1791, e molti articoli di giornali si riverberano nel 1792; e poi in quest’anno c’è un documento fondamentale, gli appunti della sorella Nannerl in risposta alle domande di Friedrich Schlichtegroll, estensore del necrologio di Mozart.

Chi fu Mozart per i contemporanei?
C’è differenza fra bambino e adulto. Il bambino di 5-6 anni era il prodigio, il fenomeno che stupiva le corti, gli esperti, i profani. Suonava come un grande, improvvisava, accompagnava arie che non aveva mai sentito.

Ma era sempre un bimbo.
Certo. Nel 1769 c’è una relazione di Daines Barrington alla Royal Society di Londra, che riporta ricordi di 5-6 anni prima. Il bimbo legge partiture complesse, ma ad un tratto si mette un bastone fra le gambe, come un cavalluccio, e corre per la stanza. Oppure gioca con un gatto entrato in sala, e nessuno riesce a convincerlo di ritornare al clavicembalo (ride).

La sorella Nannerl riferisce un aneddoto particolare.
In un concerto al Conservatorio della Pietà di Napoli, nel 1770, quando aveva 14 anni, correva voce che possedesse un anello magico. Glielo fecero togliere, ma Wolfgang continuò a suonare meravigliosamente. E il pubblico impazzì dalla gioia.

Cosa pensano i contemporanei della famiglia, del padre Leopold?
C’è un bel documento del 1766 a Losanna: si dice che si scorge la tenerezza che il figlio nutre per un padre che ha badato più alla “formazione del carattere che alla coltivazione dei talenti”. C’è un rapporto stretto e affettuoso di Leopold con i due figli. La famiglia ha permesso al talento Mozart di sbocciare.

E nella seconda parte della vita?
Da adulto la sorpresa per il bimbo prodigio viene meno. Mozart è un musicista fra tanti: deve crearsi la sua strada, “sgomitare” per farsi spazio… L’offerta musicale era vasta: noi ricordiamo pochi nomi, ma nei giornali si assiepano decine di compositori.

Come vedono i contemporanei le opere, Le nozze di Figaro, per dire?
I recensori si lasciano andare anche a critiche: trovano che la musica è troppo ricca di idee. Per le Nozze esiste una recensione positiva della prima esecuzione: si sentirono parecchi “bravo!”, ma con i loro schiamazzi gli “zoticoni del loggione” disturbarono i cantanti.

L’opera fu accolta bene, comunque?
Sì, lo dimostra il fatto che l’imperatore da quel momento vietò i bis dei pezzi cantati, per evitare che le recite durassero troppo a lungo.

E Il ratto del serraglio?
Ebbe molto successo. Ma un recensore scrive che la musica era troppo seria per un’opera comica. E osserva che gli strumenti a fiato oscurano la voce, soffocano il canto e disturbano i cantanti. Anche il Don Giovanni viene criticato. Si discute un aspetto che oggi esaltiamo: la capacità di Mozart nel mescolare i generi, di passare dal comico al serio, dal tragico al buffo.

La recezione si modifica col tempo, è un processo storico…
Eh sì, erano abituati a un’orchestra d’archi che sosteneva il cantante, ma quando compaiono clarinetti, trombe e percussioni per loro diventa pesante. Un giornale definisce i Quartetti dedicati a Haydn “troppo speziati” (ride).

E gli editori come si comportavano?
C’erano sì gli editori, ma anche i copisti, che diffondevano copie manoscritte, o riduzioni per pianoforte; si rendeva fruibile in salotto l’opera teatrale. Erano rapidissimi: dopo tre-quattro giorni dal varo in teatro, compare l’annuncio di vendita della riduzione delle arie d’opera.

Non esisteva il diritto d’autore.
Il compositore non ricavava nulla. Era soddisfatto di vedere il proprio nome associato alla composizione. Addirittura molte musiche erano attribuite fittiziamente ad un musicista per poterle vendere più facilmente.

Continuerà a occuparsi di Mozart in futuro?
Non so. Per ora mi godo i risultati degli anni di lavoro. Faccio ricerca per puro piacere. Sono un “dilettante”: mi diletta più il processo che il prodotto (ride).

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