La vittoria dell’Italia agli Europei di calcio ha liberato istinti profondi del nostro popolo: il bello e il brutto che c’è in noi. La nazionale ha dimostrato forza, carattere, capacità di coordinamento, ma anche irradiato bellezza, serenità, e stile. Mancini con i suoi slogan ha ricordato a tutti che il calcio è gioco, non guerra: “Divertiamoci!”. Ma ha anche sempre sottolineato che l’Italia non era lì solo per partecipare: “Vinciamo!”.

Questo è lo sport, questo è l’orgoglio che riemerge di un popolo troppo spesso mortificato dai suoi stessi dirigenti politici, troppo (e interessatamente) esterofili. Valori come l’amicizia, l’unità del gruppo, la meritocrazia – sostenuti anche da dirigenti-campioni come Oriali, Evani, e Vialli – sono apparsi ingredienti tutt’altro che di contorno: necessari al risultato sportivo. Dicono: la vittoria della nazionale farà bene all’economia. Spero che farà bene innanzitutto all’etica, e alla democrazia: non è vero che siamo tanto incapaci (anche di governarci). La sobria presenza di Draghi e Mattarella sembra avvalorare la fiducia ritrovata.

Per quanto ho potuto osservare qui a Roma, l’esemplare, articolata leadership si è riflessa nei festeggiamenti di piazza. Già domenica notte, tutti, a cominciare dalle periferie, si sono riversati sulle vie consolari, verso il centro. Però senza nevrosi, manovre spericolate, eccessi. Solo bandiere, colori, trombette, canti, come tanti bambini liberi. Poi è arrivato il lunedì 12 luglio, anniversario della nascita di Cesare. Nel pomeriggio, la calura non era ancora scesa, e già Roma era spettinata da fremiti gioiosi. Di nuovo tanta gente per strada, dispersa ai vari punti di presunto passaggio degli azzurri, diretti al Quirinale e a Palazzo Chigi. Colori, suoni, sorrisi, bandiere sventolate incautamente, turisti intrappolati, come Alice, in un Paese delle Meraviglie. Giovani che corrono (ma dove?), autobus deviati, piazze transennate. La polizia che si agita, annusando l’evento, e aumenta il chiasso generale con gli elicotteri sul cielo di Roma. Ed infine il trionfo dei nostri, sull’autobus scoperto, che percorre a passo di tartaruga, fra due ali di folla, la nuova via Sacra dalla colonna di Marco Aurelio a quella di Traiano.

Il peggio esce fuori sui social, sui media. Gli “inglesi” (in toto) accusati di aver fischiato l’inno nazionale italiano, per essersi sfilati la medaglia d’argento dal collo troppo in fretta. Nicoletta: “Sono un popolo di INCIVILI e “maleducati”. Giovanni: “pezzi di sterco”. Nito: “più arroganti di cacche fritte”. Cecilia: “Mai esistito il fairplay inglese, la loro è altezzosità”. Non manca tuttavia chi li difende. Piero: “In qualunque finale di Champions League gli sconfitti si sfilano la medaglia prima ancora di riceverla e Chiellini, Bonucci e Buffon lo hanno fatto diverse volte. L’inno argentino venne fischiato ad Italia ’90 e Maradona ci diede dei figli di buona donna”. Rossana: “Perché i tifosi italiani mai fatte queste cose! Piantatela! Da che pulpito quelli che a Roma li hanno accoltellati!”.

Alcuni politici “europeisti” avevano già cominciato a indirizzare il nostro patriottismo verso un nazionalismo-UE deteriore, tirando in ballo la Brexit. I Commissari Michels e Von der Leyen, ad esempio, o esponenti del Pd come Alessandra Moretti: “Viva gli azzurri campioni d’Europa! L’Europa unita batte l’Inghilterra della Brexit”. Esultanze un tantino inquietanti: “Siamo amici dell’Italia finché sta nell’UE, altrimenti diverreste ‘non-amici’, come gli inglesi”. Insomma: libertà vigilata. Rivalsa contro una libera scelta degli inglesi. Spiacevole intromissione di questioni politiche in una realtà sportiva che dovrebbe unire tutti.

Bene ha risposto Mancini, fin dalla vigilia, definendo gli avversari “gli amici inglesi”. Anche la squadra, a cominciare da Chiellini, ha sempre mostrato grande cordialità agli avversari, anche mentre il risultato era in bilico. A maggior ragione, da vincitori, possiamo sorvolare su qualche eventuale caduta di stile degli sconfitti.

L’antipatia per gli anglosassoni in Italia ha radici storiche. La “perfida Albione” era un detto fascista usato per coprire le gravi responsabilità dell’imperialismo italiano in Africa: qualche giovane ignaro oggi lo riutilizza incautamente. Anche il comunismo nostrano era anglofobo (per l’assetto liberale internazionale da essi promosso). A volte penso che si sprezzino gli anglosassoni per erodere la Costituzione, l’indipendenza, e la residua libertà del nostro popolo. O forse no… restiamo allo sport, alla bellezza, all’umanità, e alla pace che è capace di diffondere.

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