Anche il governo giapponese sosterrà la riduzione dell’orario di lavoro. L’obiettivo dichiarato è favorire la settimana lavorativa di quattro giorni: pochissimi per un Paese famoso in tutto il mondo per stacanovismo e attaccamento dei lavoratori all’azienda. Meno nota, del resto, è l’altra faccia di questo modello. Bassa produttività, pochissimo tempo da dedicare alla famiglia, calo demografico imponente. In altre parole, una società che fatica a sostenersi e un’economia praticamente immobile.

Aumentare la produttività, liberare tempo da dedicare alla famiglia o alla formazione, perfino rilanciare i consumi, sono tutti risultati che il Giappone si aspetta di avere attraverso la settimana corta. Dovremmo rifletterci. Al di là delle diversità culturali, Giappone e Italia hanno infatti caratteristiche e problemi comuni: da una parte l’alto numero di ore lavorate (l’Italia è seconda in Europa con 7 ore di lavoro settimanali in più rispetto alla Germania), dall’altra uno scarso rendimento dei lavoratori in termini di produttività. Senza contare l’andamento demografico decrescente. Quanto alla disoccupazione, il Giappone riesce a contenerla solo grazie alla politica della “piena occupazione” (a costo di un indebitamento alle stelle e di un mercato del lavoro bloccato).

Eppure – anche grazie all’enorme disponibilità di fondi e finanziamenti europei – la riduzione dell’orario di lavoro sarebbe un obiettivo raggiungibile anche in Italia attraverso una serie di azioni collegate e coordinate. Tra queste:

– il forte investimento nelle nuove tecnologie, sull’automazione e sulla robotizzazione, prima leva per l’incremento della produttività;

– la riduzione del costo del lavoro per chi accorcia l’orario lavorativo;

– l’incentivazione dei percorsi di formazione e del long life learning.

Sono solo alcune delle strategie suggerite nella mia più recente proposta di legge. Lo Stato impegna già molte risorse per l’innovazione tecnologica e digitale delle nostre imprese (si pensi ai programmi “Industria 4.0” e a quelli complementari che abbiamo introdotto in questa legislatura). Possiamo dunque accompagnare l’aumento della produttività e l’efficientamento dei processi produttivi a una nuova e più efficace organizzazione del lavoro, favorendo possibilmente anche nuove assunzioni? Certamente sì.

Sono anche le evoluzioni che si registrano nel resto del mondo a rendere sempre più importante l’avvio di un dibattito sulla riduzione dell’orario di lavoro anche in Italia. Finora i primi ministri di grandi Paesi come Finlandia e Nuova Zelanda ne hanno parlato, ma oltre al Giappone ci sono altri Paesi che stanno già passando ai fatti. A marzo, per esempio, la Spagna ha annunciato che avvierà una sperimentazione di tre anni per portare la settimana lavorativa a quattro giorni (32 ore). Naturalmente a parità di salario.

Le esperienze e gli studi che dimostrano i benefici di una simile misura sono ormai innumerevoli. L’ultima in ordine di tempo arriva dall’Islanda, dove la settimana di quattro giorni è stata testata per quattro anni sia su lavoratori pubblici che privati. In nessun caso la produttività è calata. Spesso, semmai, è persino aumentata.

Lo stesso è avvenuto in Nuova Zelanda alla Unilever. In Germania con l’esperienza dell’imprenditore Lasse Rheingans. In Giappone alla Cybozu o alla Microsoft, che due anni fa riducendo gli orari di lavoro ha misurato aumenti della produttività fino al 39% in un solo anno. Se sono gli stessi imprenditori privati a raccontare esperienze positive, non lasciamo passare troppo tempo e facciamone tesoro.

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