Un allentamento delle restrizioni che una parte della stampa italiana ha interpretato come un tentativo di resuscitare vecchie o nuove autorizzazioni, tutt’oggi revocate o sospese, per l’esportazione di missili o bombe d’aereo verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Ma la decisione del governo italiano, attraverso la Uama (l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento), di togliere la clausola end-user certificate rafforzata sulla vendita di armi verso i due Paesi del Golfo non creerà alcuno spiraglio per la ripresa dell’export di bombe che potrebbero essere di nuovo utilizzate nel conflitto in Yemen. Stessa cosa, però, non si può dire per tutti gli altri tipi di armamenti.

Ok all’uso di armi in Yemen, ma non le bombe
L’allarme è scattato nelle scorse ore, quando è circolata la notizia di una nota che il direttore di Uama, Alberto Cutillo, ha inviato alle aziende esportatrici in cui si segnala che dal 30 giugno 2021 “non è più richiesta la clausola dell’Euc rafforzato per le esportazioni verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti”. Se parte dei giornali italiani si affrettava a gridare al tentativo di far rientrare dalla finestra gli accordi commerciali sulle bombe prima sospesi durante il governo giallo-verde e, infine, revocati definitivamente negli ultimi giorni del governo giallo-rosso, con ulteriore sospensione per le nuove autorizzazioni relative a missili e bombe d’aereo, la verità è che questa clausola riguarda tutto il resto degli armamenti e sistemi esportabili nei due Paesi.

Nello specifico, la legge italiana prevede che per ogni esportazione di armamenti all’estero venga indicato il cosiddetto end-user, ossia l’utilizzatore finale. È la stessa azienda produttrice che deve richiedere questa informazione all’acquirente e comunicarla successivamente a Uama per ottenere l’autorizzazione all’export. Una forma di garanzia del rispetto della legge 185 del 1990 che, tra le altre cose, vieta la vendita di armi a Paesi in guerra o che si sono resi protagonisti di sistematiche violazioni dei diritti umani documentate da organi e istituzioni riconosciute. Indicando il destinatario finale, si evitano quindi triangolazioni che rappresenterebbero una violazione della legge.

Nel caso specifico di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, nel 2019, dopo le pressioni di alcuni esponenti parlamentari, era stata introdotta la formula “rafforzata” che sostanzialmente consisteva in un impegno dei due Paesi a non usare queste armi (esclusi missili e bombe d’aereo, già colpite dalla sospensione) nel conflitto in Yemen. Un’ulteriore clausola in linea con la decisione di bloccare l’export di bombe e motivata dai diversi rapporti, tra cui anche quelli dell’Onu, sulle violazioni dei diritti umani in Yemen in occasione dei bombardamenti della coalizione.

Via la clausola per recuperare i rapporti tra i governi
Eliminare questa clausola, quindi, non può in alcun modo riportare d’attualità l’export di missili e bombe verso questi Paesi, come detto non toccati dalla formula rafforzata di end-user certificate, ma eliminare un ostacolo alla vendita di armi di altro tipo che saranno così utilizzabili nel conflitto yemenita, cercando di recuperare un rapporto diplomatico, in special modo con Abu Dhabi, che è oggi ai minimi storici. A inizio giugno, all’aereo che trasportava i giornalisti in Afghanistan per assistere alla visita del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, è stato impedito il sorvolo sui cieli degli Emirati Arabi, provocando così una sosta forzata di tre ore a Dammam, in Arabia Saudita. Mentre pochi giorni fa, come minacciato alla fine di giugno, è stata chiusa la base militare di al-Minhad, snodo militare strategico per le missioni in Iraq, Corno d’Africa e Afghanistan, con i militari italiani costretti a tornare a casa. Il blocco alle esportazioni di bombe e missili, ma anche gli esiti negativi dei “casi Piaggio e Alitalia”, nel corso dei quali l’Italia “non è stata in grado di garantire a un investitore straniero quanto gli era stato assicurato” sono le cause delle tensioni tra Roma e Abu Dhabi, ha dichiarato il ministro degli esteri, Luigi Di Maio, nel corso di un’audizione alla Commissione riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato. Mentre il ministro della Difesa Guerini ha dichiarato che “la Difesa guarda con attenzione alle azioni diplomatiche in corso per il pieno ristabilirsi delle relazioni positive con gli Emirati Arabi che rappresentano un partner strategico“.

“Chinare il capo di fronte a queste ritorsioni vuol dire cedere a un ricatto“, ha dichiarato Giorgio Beretta, analista dell’osservatorio Opal Brescia a Ilfattoquotidiano.it. Mentre Francesco Vignarca di Rete Italiana Pace e Disarmo chiede: “Si tratta di una mossa per riavvicinare un Paese che dopo un solo blocco all’export in 30 anni ha iniziato a ricattarci. Sono questi i famosi ‘partner strategici’ coi quali vogliamo intrattenere stretti rapporti commerciali?”.

Twitter: @GianniRosini

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