di Francesco Komauli

Tu, con buone probabilità, fai parte di quelle due o tre persone su mille che, leggendo il titolo, ha aperto questo post. Il tema del fisco in Italia è un campo minato da cui conviene tenersi a debita distanza. Risulta pericoloso affrontarlo anche per i comunicatori più esperti, le cui proposte cadono inesorabilmente nel vuoto. Basti pensare alla petizione de ilfattoquotidiano.it, che chiede una misura una tantum da far scattare sui grandissimi patrimoni per sostenere il costo dei danni economici della pandemia: nonostante venisse ampiamente pubblicizzata, ha raccolto a mio parere un appoggio a dir poco tiepido. Non meglio si è conclusa la proposta in tema patrimoniale del segretario del Partito Democratico, Enrico Letta.

Non importa quanto sia giusta ed equa una proposta di legge sul fisco, il dibattito verrà troncato sul nascere da un lapidario “via le mani dalle tasche degli Italiani”, o da un più draconiano “non è il momento di prendere i soldi ai cittadini, ma di darli”. Il vero problema non è l’atteggiamento di certi politici e certa stampa nel contrastare iniziative di prelievo sui più abbienti – in quanto costretti a difendere gli interessi dei loro finanziatori. Sembra invece che più una proposta favorisca il ceto medio e basso a scapito dei milionari, più susciti riluttanza in chi ne trarrebbe beneficio.

Perché agli italiani non interessa sentir parlare di fisco? Perché non esiste un “fisco amico”. Il fisco è, ai nostri occhi, un meccanismo perverso in quanto strumento inutilmente complicato e inefficiente. Ed è altrettanto inefficace poiché non svolge adeguatamente uno dei suoi compiti principali: la redistribuzione della ricchezza, principio che ha ispirato l’Articolo 53 della Costituzione (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”), puntualmente disatteso per i redditi più elevati. Tuttavia, preferiamo convivere con un meccanismo a cui siamo abituati, reagendo passivamente o in contrasto a qualunque accenno di sua modifica sostanziale.

Proprio per questo gli schieramenti politici di varia natura stanno facendo approdare una riforma del fisco che riforma non è. La modifica alla progressività, se prevista, sarà ancora una volta applicata soltanto al ceto medio-basso, escludendo dall’onere i più abbienti. Le rendite da capitale riceveranno una tassazione ancora inferiore, mettendole allo stesso livello di ritenuta fiscale dei redditi più bassi. Infine, rimane sul tavolo della riforma la proposta sulla flat tax che, se trasformata in legge, trasformerebbe l’imposta sul reddito in proporzionale, ignorando ulteriormente la progressività dettata della Costituzione. Il tutto sempre a maggior guadagno dei redditi più alti.

Probabilmente tra poche settimane verrà consolidata un riforma fiscale che non risolverà le problematiche del sistema attuale. Gli italiani non si scomoderanno per chiedere un fisco più equo: manca una coscienza diffusa sul ruolo del fisco come strumento di redistribuzione della ricchezza e su quali siano i suoi difetti, sia strutturali che operativi, senza la quale i cittadini restano inermi e la loro opinione manovrabile. Nel mentre, il divario tra ricchi e poveri continua ad aumentare senza freno.

Se sei giunto fino a queste righe, hai ben compreso quanto sia importante agire ora. Anche piccole azioni in apparenza insignificanti possono dare un contributo non indifferente. Ad esempio, quando un conoscente si lamenta delle tasse, è l’occasione per esporre le proprie idee su un fisco più equo. Se non sai da dove cominciare, visita redditonaturale.org e informati su cosa ci sia di sbagliato nel sistema vigente e le soluzioni proposte. Parlare, scrivere, condividere post, pubblicare storie, lanciare petizioni sono tutte parole che forse non arriveranno a chi ci governa, ma sono dirette ai nostri concittadini. Se un domani raggiungeremo la meta, sarà per i piccoli passi fatti oggi.

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