E adesso chi cucina? La domanda non è banale a Londra, dove prima della pandemia l’85% degli chef erano immigrati e il 50% della forza lavoro nel settore ospitalità era europea. Per colpa del Covid, molti lavoratori europei sono rientrati nei loro paesi lasciando la Gran Bretagna a corto di cuochi, camerieri, baristi, muratori e braccianti agricoli. La capitale britannica sta scontando anche il post-Brexit. Alcune stime prevedono che il 50% dei lavoratori europei non rientrerà più sull’isola per scelta mentre altri, anche volendo, non potranno farlo, visto che con la fine della libera circolazione ora l’ingresso alle frontiere anche per gli europei è regolato da un rigido sistema a punti sul modello australiano così per passare la dogana servono un visto, un contratto in mano e soldi in tasca per provare di potersi mantenere. E proprio oggi è l’ultimo giorno in cui è permesso ai cittadini europei di iscriversi al cosiddetto Settlement Scheme, per il riconoscimento dei diritti di residenza in Gran Bretagna negli anni a venire.
Londra, cercasi pizzaioli disperatamente – Tra i ristoranti la competizione per il personale si combatte a colpi di incentivi e aumenti salariali. Ma è difficile colmare una carenza di 188mila lavoratori nell’ospitalità. Gianluca D’Angelo ha aperto a Londra la rinomata pizzeria Zia Lucia e Pasta Berto e sta ampliando la sua attività. Ma è la Brexit a dargli filo da torcere. “C’è un po’ di timore per le implicazioni di lungo periodo nelle sue varie sfaccettature – dice -. Facciamo fatica a reperire figure specializzate come chef e pizzaioli che è difficile trovare tra la popolazione inglese. L’afflusso di italiani che sta arrivando a Londra è diminuito moltissimo. Una volta, quando mettevamo un annuncio per una posizione aperta, ricevevamo 100 curricula di cui l’80% erano italiani, adesso per la stessa posizione e con uno stipendio significativamente aumentato magari ne arrivano 15. Quindi abbiamo creato una scuola per insegnare l’arte del pizzaiolo. Abbiamo già assunto un ragazzo inglese e vogliamo replicare il modello su scala più ampia anche se questo ovviamente è un costo aggiuntivo per noi perché dobbiamo dedicare risorse a formare personale che prima trovavamo sul mercato”. Dalle pizzerie all’iconico The Ritz, frequentato anche dalla Regina Elisabetta, il problema è lo stesso. A servire il tradizionale afternoon tea troviamo la maggior parte dei camerieri italiani. “Gli inglesi non vogliono indossare la livrea e fare lunghi turni di lavoro per la stessa paga di un pub – ci dicono -. Assumerli dall’Italia non è più così facile perché con le restrizioni alle frontiere dovremmo farli entrare già con un contratto, senza fare una prova”.

Il problema è avvertito dai sindacati, come Unite, che sta spingendo il sindaco Sadiq Khan a risolvere l’endemico problema dei minimi salariali e dei contratti flessibili cosiddetti a ‘zero ore’ (cioè che paga soltanto le ore effettivamente lavorate) che scoraggiano gli inglesi ad accettare posizioni nell’ospitalità. La stessa situazione investe però molti comparti essenziali, a partire dall’agricoltura dove mancano circa 30mila braccianti per lavori stagionali come raccogliere frutta e verdura, fino al settore delle costruzioni che ha visto l’esodo del 42% di europei e conta solo un 4% di lavoratori inglesi, 500mila dei quali però in età prepensionabile.

Tutti a Oxford e Cambridge – Le restrizioni per Covid e post-Brexit stanno avendo un impatto significativo anche sui programmi universitari. Le iscrizioni di europei per settembre 2021 a gennaio erano già sotto del 40% (26mila studenti in meno, secondo Ucas) mentre un modello elaborato dal governo britannico ha stimato che la Brexit costerà alle università nazionali fino al 57% degli studenti europei, o in soldoni, oltre 70 milioni di euro all’anno. Tutte eccetto due, le eccellenze di Oxford e Cambridge che continueranno a rimanere mete d’eccellenza con un incremento in rette pari a 5 milioni di euro annui. “Tra gli studenti italiani ho avuto una riduzione di oltre il 50% – spiega Jessica Ganino, direttrice dell’agenzia EU Students in the UK – il problema maggiore è come mantenersi a studiare a Londra visto che ora agli studenti europei è permesso lavorare solo 20 ore la settimana, ma c’è anche la sensazione che il paese sia meno aperto rispetto a prima”.

Chi è dentro è dentro? – Non è solo una sensazione. Mentre chiudono le frontiere sulla Manica, oggi scadono i termini per i cittadini europei che vivono già in Regno Unito da cinque anni per presentare domanda di residenza permanente e vedersi garantiti gli stessi diritti degli inglesi. Dal primo luglio anche chi ha vissuto nel paese da tutta una vita ma non ha il cosiddetto Settlement Status diventerà un immigrato irregolare. E tra questi soggetti per cui decadrà l’accesso all’assistenza sanitaria, o alla pensione, potrebbero esserci persone malate, minori, anziani con il passaporto scaduto e poca dimestichezza con le procedure digitalizzate per esempio.

Oltre 5 milioni e mezzo di europei e più di 500mila italiani hanno fatto domanda ma si stima che all’appello manchino ancora migliaia di europei e che solo nella cosmopolita Londra 100mila europei stiano ancora aspettando una decisione sul proprio status. “Il governo ha dato direttive su chi può continuare a fare domanda di regolarizzazione anche dopo il 30 giugno ma il diavolo è nei dettagli – spiega Monique Hawkins dell’organizzazione The 3 Million, che si occupa di tutto quello che riguarda i cittadini europei che vivono in Uk -. Ci vorranno mesi prima che i ritardatari possano ricevere lo status di residenza permanente visto che il governo ha un arretrato di oltre 300mila domande da smaltire. Siamo preoccupati di come potranno fare queste persone nel frattempo a dimostrare i propri diritti per fare domanda di lavoro o affittare casa, per esempio”.
Da Downing street danno rassicurazioni, ma le nostre istituzioni stanno dialogando con le controparti britanniche per assicurarsi che i connazionali siano protetti durante il periodo di vacatio tra la presentazione e l’accettazione della domanda di residenza permanente. “Abbiamo posto la questione al governo britannico – ha sottolineato il Sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova – e ci è stata assicurata attenzione e un approccio pragmatico”.

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